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"Ho fatto Incontri ravvicinati


perché credevo negli Ufo"



Il racconto del regista Steven Spielberg a trent'anni dall'uscita

del film che ora viene riproposto in un dvd celebrativo

di Steven Spielberg

Avevo cominciato a scrivere Incontri ravvicinati prima di Lo squalo, per cui quest'ultimo uscì dopo che avevo iniziato a lavorare su come raccontare una storia sugli Ufo e il Watergate e come mettere insieme i due argomenti. Certo, prima del Watergate la mia idea era che il fenomeno Ufo e il Watergate fossero, nell'America contemporanea, il frutto di una cospirazione del governo e che il fenomeno Ufo ne fosse l'emblema.

Questo succedeva. E succedeva durante la lavorazione di Lo squalo. Per un certo verso non pensavo che fosse fantascienza. Non volevo affibbiargli quell'etichetta; più che di fantascienza, ne parlavo in termini di speculazione scientifica! Perché avevo la profonda convinzione che qualcuno ci aveva visitati e in questo secolo. Negli anni Settanta ero un fan degli Ufo e tutto quello che leggevo al riguardo non faceva che confermarmi nel mio convincimento. Per me era scienza.

Oggi ho rivisto la mia opinione. Col passare degli anni ho cominciato a chiedermi: ma con tutte le videocamere in funzione nel mondo, come mai gli avvistamenti di Ufo sono diminuiti? Prima dell'avvento delle fotocamere, gli avvistamenti erano numerosissimi, ecco perché oggi sono un po' più scettico di quanto lo fossi negli anni Settanta, quando feci il film. Ma allora ci credevo fermamente e il mio fu un lavoro di ricerca, lettura di libri sull'argomento e finalmente l'incontro con la persona decisiva. Quando dico "persona decisiva" mi riferisco a colui che non ha scritto con me la sceneggiatura, ma ha ispirato il titolo, il Dr. J. Allen Hynek, che aveva fatto da consulente civile per le forze armate indagando a tutto campo su tutte le storie di Ufo e trovando spiegazioni astronomiche, naturali e logiche per quello che la gente percepiva come straordinario o extraterrestre.

Aveva ricondotto ogni cosa a un livello terrestre, finendo per trovare inspiegabili non più del dieci per cento di avvistamenti. Ma proprio quel dieci per cento inspiegabile si rivelò dirompente, al punto da indurlo a dare le dimissioni per proseguire le indagini e scrivere molto sul fenomeno Ufo. Avevo letto il suo libro e lo chiamai ed è a lui che devo il titolo del film, che si intitola infatti Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Inizialmente, i miei amici della produzione pensarono che fossi matto. Dicevano: non ha senso, cosa vuol dire? Incontri ravvicinati del terzo tipo? Ma che vuol dire? La mia battaglia più accanita non fu quella per ottenere il finanziamento, perché dopo Lo squalo erano tutti pronti a investire nel mio prossimo film, ma per avere l'ok per il titolo dalla direzione marketing della Columbia Pictures.

Per quanto riguarda il casting per Incontri ravvicinati volevo attori che avessero ancora freschi i ricordi della loro infanzia. Richard Dreyfuss, era più bambino dei figli che cresceva nella sua casa fuori città. François Truffaut, anche nella vita reale, aveva un cuore di bambino. Era puro come nessun altro che io abbia mai incontrato in vita mia, nel senso che era in sintonia con le cose che rendono i bambini eternamente ottimisti. Truffaut era quel tipo di persona. Lo capii quando lo vidi recitare in Il ragazzo selvaggio e in tutti i film da lui diretti. Fu la mia prima scelta, anche se pensai ad altri attori nel caso avesse rifiutato.

All'inizio neppure lo chiamai. Esaminai molti attori finché trovai il coraggio di telefonargli chiedendogli se era disponibile a interpretare Monsieur Lacombe. Il suo aspetto era in effetti fanciullesco. Quasi tutti nel film, salvo qualcuno dei militari di truppa, che hanno un atteggiamento cinico, tipico degli adulti induriti dalla vita. Noi che abbiamo realizzato il film, invece, eravamo bambini e nel film abbiamo messo lo spirito dell'infanzia, credendo in cose senza senso, a cui solo i bimbi credono, perché per un bambino non serve che qualcosa abbia senso, se ci crede fermamente.

E poi c'è la musica. Ricordo che, quando scrissi il soggetto, lo feci partendo a ritroso. Cominciai dall'atterraggio cercando di tornare indietro con la trama. Come avevano fatto? E come possiamo creare cinematograficamente un incontro ravvicinato fra loro e noi? In un modo squisitamente musicale, perché l'idea della musica era qualcosa che già avevo in mente, e matematico, perché potrebbe essere un mezzo per comunicare con un'altra specie non terrestre. Pensavo che sarebbe stato grandioso se la matematica fosse stata essenzialmente musicale e se terrestri e alieni avessero potuto comunicare attraverso luci, colori e tonalità musicali.

Il compositore John Williams non ama leggere il copione quando faccio un film. Preferisce guardare la singola ripresa, e le sensazioni che ne ricava le trasfonde nel suo modo di lavorare, e la sua musica è davvero celestiale. La migliore che si possa avere qui. Deve aver fatto un patto col Signore della Musica! In quel caso avevo bisogno di una preregistrazione del duello musicale tra il sintetizzatore e l'astronave madre.

John ci passò un bel po' di tempo su quelle cinque note. Come diceva John, non può suonare come una canzone né come un frammento. Dev'essere una via di mezzo tra un frammento e una canzone. Non può essere di sette note, come una canzone, ma nemmeno di quattro. Così decise, matematicamente, per cinque note. Ricordo che un giorno andai a casa sua e lui mi suonò almeno un centinaio di combinazioni di cinque note, finché insieme trovammo quella giusta.

L'immagine che ho sempre portato con me, direi quasi a letto, come un flash da Incontri ravvicinati, l'immagine che sempre mi torna in mente è quella del ragazzino che apre la porta e di tutta quella luce arancione e gialla che si diffonde su di lui. Quando ho ideato la ripresa e l'ho inserita nella sceneggiatura, l'ho fatto perché era altamente simbolica di ciò che solo un bambino può fare, cioè fidarsi della luce.

Capite, aprire una porta, quando un adulto correrebbe a nascondersi gridando non aprire, anzi di chiuderla a chiave, perché fuori ci sono cose che non capiamo, cose che potrebbero ucciderci o trasformarci... Ma è invece l'ottimismo dell'infanzia nel gesto di aprire la porta e la luce avvolge tutto. La luce racchiude tutti i colori, mentre il nero è assenza di colore. Quella luce era qualcosa che quel bambino voleva conoscere meglio. Per me, quindi, Incontri ravvicinati è, tematicamente, la storia di tutti i bambini che aprono porte su meravigliose fonti di luce.

Nel 2007, nel 21° secolo, la gente purtroppo interpreta in maniera diversa l'atto di aprire una porta. Ma negli anni Settanta, aprire una porta alla curiosità era un'esperienza sicura, qualcosa che noi tutti avremmo voluto fare nella nostra vita.
 

 

 


 


Crediti: Repubblica.it


 

 



         

     
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