Avevo cominciato a
scrivere Incontri ravvicinati prima di
Lo squalo, per cui quest'ultimo uscì
dopo che avevo iniziato a lavorare su come
raccontare una storia sugli Ufo e il Watergate
e come mettere insieme i due argomenti. Certo,
prima del Watergate la mia idea era che il
fenomeno Ufo e il Watergate fossero,
nell'America contemporanea, il frutto di una
cospirazione del governo e che il fenomeno Ufo
ne fosse l'emblema.
Questo succedeva. E succedeva durante la
lavorazione di Lo squalo. Per un certo
verso non pensavo che fosse fantascienza. Non
volevo affibbiargli quell'etichetta; più che
di fantascienza, ne parlavo in termini di
speculazione scientifica! Perché avevo la
profonda convinzione che qualcuno ci aveva
visitati e in questo secolo. Negli anni
Settanta ero un fan degli Ufo e tutto quello
che leggevo al riguardo non faceva che
confermarmi nel mio convincimento. Per me era
scienza.
Oggi ho rivisto la mia opinione. Col passare
degli anni ho cominciato a chiedermi: ma con
tutte le videocamere in funzione nel mondo,
come mai gli avvistamenti di Ufo sono
diminuiti? Prima dell'avvento delle fotocamere,
gli avvistamenti erano numerosissimi, ecco
perché oggi sono un po' più scettico di quanto
lo fossi negli anni Settanta, quando feci il
film. Ma allora ci credevo fermamente e il mio
fu un lavoro di ricerca, lettura di libri
sull'argomento e finalmente l'incontro con la
persona decisiva. Quando dico "persona
decisiva" mi riferisco a colui che non ha
scritto con me la sceneggiatura, ma ha
ispirato il titolo, il Dr. J. Allen Hynek, che
aveva fatto da consulente civile per le forze
armate indagando a tutto campo su tutte le
storie di Ufo e trovando spiegazioni
astronomiche, naturali e logiche per quello
che la gente percepiva come straordinario o
extraterrestre.
Aveva ricondotto ogni
cosa a un livello terrestre, finendo per
trovare inspiegabili non più del dieci per
cento di avvistamenti. Ma proprio quel dieci
per cento inspiegabile si rivelò dirompente,
al punto da indurlo a dare le dimissioni per
proseguire le indagini e scrivere molto sul
fenomeno Ufo. Avevo letto il suo libro e lo
chiamai ed è a lui che devo il titolo del
film, che si intitola infatti Incontri
ravvicinati del terzo tipo.
Inizialmente, i miei amici della produzione
pensarono che fossi matto. Dicevano: non ha
senso, cosa vuol dire? Incontri
ravvicinati
del terzo tipo? Ma che vuol dire? La mia
battaglia più accanita non fu quella per
ottenere il finanziamento, perché dopo Lo
squalo erano tutti pronti a investire nel
mio prossimo film, ma per avere l'ok per il
titolo dalla direzione marketing della
Columbia Pictures.
Per quanto riguarda il casting per Incontri
ravvicinati volevo attori che avessero
ancora freschi i ricordi della loro infanzia.
Richard Dreyfuss, era più bambino dei figli
che cresceva nella sua casa fuori città.
François Truffaut, anche nella vita reale,
aveva un cuore di bambino. Era puro come
nessun altro che io abbia mai incontrato in
vita mia, nel senso che era in sintonia con le
cose che rendono i bambini eternamente
ottimisti. Truffaut era quel tipo di persona.
Lo capii quando lo vidi recitare in Il ragazzo
selvaggio e in tutti i film da lui diretti. Fu
la mia prima scelta, anche se pensai ad altri
attori nel caso avesse rifiutato.
All'inizio neppure lo chiamai. Esaminai molti
attori finché trovai il coraggio di
telefonargli chiedendogli se era disponibile a
interpretare Monsieur Lacombe. Il suo aspetto
era in effetti fanciullesco. Quasi tutti nel
film, salvo qualcuno dei militari di truppa,
che hanno un atteggiamento cinico, tipico
degli adulti induriti dalla vita. Noi che
abbiamo realizzato il film, invece, eravamo
bambini e nel film abbiamo messo lo spirito
dell'infanzia, credendo in cose senza senso, a
cui solo i bimbi credono, perché per un
bambino non serve che qualcosa abbia senso, se
ci crede fermamente.
E poi c'è la musica. Ricordo che, quando
scrissi il soggetto, lo feci partendo a
ritroso. Cominciai dall'atterraggio cercando
di tornare indietro con la trama. Come avevano
fatto? E come possiamo creare
cinematograficamente un incontro ravvicinato
fra loro e noi? In un modo squisitamente
musicale, perché l'idea della musica era
qualcosa che già avevo in mente, e matematico,
perché potrebbe essere un mezzo per comunicare
con un'altra specie non terrestre. Pensavo che
sarebbe stato grandioso se la matematica fosse
stata essenzialmente musicale e se terrestri e
alieni avessero potuto comunicare attraverso
luci, colori e tonalità musicali.
Il compositore John Williams non ama leggere
il copione quando faccio un film. Preferisce
guardare la singola ripresa, e le sensazioni
che ne ricava le trasfonde nel suo modo di
lavorare, e la sua musica è davvero
celestiale. La migliore che si possa avere
qui. Deve aver fatto un patto col Signore
della Musica! In quel caso avevo bisogno di
una preregistrazione del duello musicale tra
il sintetizzatore e l'astronave madre.
John ci passò un bel po' di tempo su quelle
cinque note. Come diceva John, non può suonare
come una canzone né come un frammento. Dev'essere
una via di mezzo tra un frammento e una
canzone. Non può essere di sette note, come
una canzone, ma nemmeno di quattro. Così
decise, matematicamente, per cinque note.
Ricordo che un giorno andai a casa sua e lui
mi suonò almeno un centinaio di combinazioni
di cinque note, finché insieme trovammo quella
giusta.
L'immagine che ho sempre portato con me, direi
quasi a letto, come un flash da Incontri
ravvicinati, l'immagine che sempre mi
torna in mente è quella del ragazzino che apre
la porta e di tutta quella luce arancione e
gialla che si diffonde su di lui. Quando ho
ideato la ripresa e l'ho inserita nella
sceneggiatura, l'ho fatto perché era altamente
simbolica di ciò che solo un bambino può fare,
cioè fidarsi della luce.
Capite, aprire una porta, quando un adulto
correrebbe a nascondersi gridando non aprire,
anzi di chiuderla a chiave, perché fuori ci
sono cose che non capiamo, cose che potrebbero
ucciderci o trasformarci... Ma è invece
l'ottimismo dell'infanzia nel gesto di aprire
la porta e la luce avvolge tutto. La luce
racchiude tutti i colori, mentre il nero è
assenza di colore. Quella luce era qualcosa
che quel bambino voleva conoscere meglio. Per
me, quindi, Incontri ravvicinati è,
tematicamente, la storia di tutti i bambini
che aprono porte su meravigliose fonti di
luce.
Nel 2007, nel 21° secolo, la gente purtroppo
interpreta in maniera diversa l'atto di aprire
una porta. Ma negli anni Settanta, aprire una
porta alla curiosità era un'esperienza sicura,
qualcosa che noi tutti avremmo voluto fare
nella nostra vita.