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Marte: la nostra seconda casa
Negli Usa il progetto per rendere
abitabile il pianeta in due secoli

Il profeta
della colonizzazione umana di Marte è l’ingegnere
aerospaziale Robert Zubrin, abita a Indiana Hill, in
Colorado, ed ha affidato il proprio sogno scientifico
alla «Mars Society», che riunisce scienziati ed
appassionati che in tutto il mondo - Italia compresa -
credono nella fattibilità dell’impresa, riconoscendosi
nelle pagine del libro «The Case for Mars».
Perché sostiene la necessità di una presenza
umana su Marte?
«Ci sono tre ragioni per andare su Marte. Primo: la
scienza, perché Marte ha tutte le premesse per essere la
Pietra di Rosetta dell’Universo, la chiave
interpretativa del cosmo che ancora ci manca. Secondo:
la sfida, perché è nella natura dell’uomo cercare nuove
frontiere per crescere, creare nuove società e quindi un
mondo diverso. Terzo: il futuro, perché Marte ha le
risorse necessarie per sostenere la presenza di esseri
umani e forse un giorno anche la civiltà umana. Se
faremo ciò che ci è possibile, portando l’uomo su Marte,
renderemo verosimile, fra 200 anni, la creazione di un
nuovo filone di civilizzazione umana nell’Universo con
nuovi dialetti, tradizioni, letteratura e ispirazioni.
Potrebbe essere straordinario e possiamo contribuire a
realizzarlo».
Quali sono le risorse presenti su Marte e come
usarle?
«Su Marte vi sono tutte le risorse basilari per la vita
che invece sono assenti sulla Luna: acqua, azoto e
anidride carbonica. In alcune zone il 60% del terreno è
composto di acqua. Vi sono anche calcio e fosforo, oltre
ad una storia geologica con attività vulcaniche ed
idriche, e depositi minerali. La differenza di ricchezze
naturali fra Marte e la Luna è simile a quella che
separa il Nord America dalla Groenlandia. Al tempo degli
esploratori la Groenlandia era più vicina all’Europa, ma
solo raggiungendo le Americhe fu possibile lo sviluppo
umano».
Qual è la strada da seguire per portare l’uomo
su Marte?
«Parliamo della creazione di una nuova frontiera di
sviluppo per l’umanità. La nostra generazione può aprire
la strada a questo processo, iniziando a portare l’uomo
su Marte entro 10 anni con la prima spedizione. Servono,
certo, leader dotati di una grande visione, ma, se il
presidente George W. Bush o i successori dovessero
deciderlo, la scienza oggi è in grado di farcela già in
10 anni».
Che cosa faranno le prime persone sbarcate su
Marte?
«Vivranno dentro le navicelle con le quali sono
arrivate. Per arrivare su Marte avranno bisogno di sei
mesi, nei 18 mesi seguenti resteranno sul Pianeta e
quindi, quando tornerà ad aprirsi la finestra per il
ritorno sulla Terra, ripartiranno per un altro viaggio
di sei mesi. Una missione di due anni e mezzo è
sostenibile. Nei 18 mesi su Marte dovranno perforare il
terreno per cercare acqua o microrganismi e individuare
risorse. Qui in Colorado studiamo lo sviluppo di
tecnologie capaci di sviluppare tali risorse, come la
produzione di combustibile per i razzi ricavabile
dall’atmosfera di Marte con semplici ricette chimiche
oppure l’estrazione dell’acqua dal permafrost. Guardando
più in avanti nel tempo e immaginando la presenza di
colonie, stiamo studiando anche la coltivazione di
piante grazie alla presenza nell’equatore marziano di
condizioni simili ad alcune zone della Norvegia. E
ancora: alcol, plastica, vetro, ferro, acciaio sono
ricavabili dallo sfruttamento del terreno. E’ alla fine
di questo percorso che il Pianeta Rosso potrà diventare
ospitale per gli esseri umani».
La vita su Marte modificherà l’umanità?
«L’impatto più immediato sarà culturale, mentre quello
biologico arriverà più avanti, a causa del fatto che c’è
un terzo della nostra gravità. Avremo nuove
caratteristiche culturali, proprio come avvenne in
America dopo la scoperta da parte degli europei. Penso
ad un maggiore pragmatismo, più ottimismo e meno
rispetto per le tradizioni. La popolazione sarà più
tecnologica e l’ambiente difficile porterà a veloci
innovazioni. Saranno comunità più libere e più
concentrate sulle potenzialità creative».
In quale maniera la sua «Mars Society»
contribuisce alla preparazione della colonizzazione?
«Abbiamo creato due stazioni marziane sulla
Terra, in ambienti comparabili a quelli del Pianeta
Rosso: una nell’Artico e l’altra nel deserto Usa. Sono
attive dal 2001 con equipaggi che vi soggiornano per due
settimane. In sei casi sono rimasti fino ad un mese.
Quest’anno faremo di meglio con una rotazione di quattro
mesi nella base artica a 1500 km dal Polo Nord con un
equipaggio di sette persone. Non c’è nulla e
l’equipaggio dovrà esplorare l’area proprio come se
fosse su Marte».
Fonte:
LaStampa.it
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