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In
Es 19, 16 leggiamo: "e appunto al terzo giorno,
all'alba, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sopra
il monte, e un suono fortissimo di tromba..."
E più avanti, ai versetti 18-19: "Ora il monte
Sinai fumava tutto, perché lahvé .era sceso su di esso
nel fuoco, e il suo fumo saliva come il fumo di una
fornace: tutto il monte tremava fortemente. Il suono
della tromba diventava sempre più grande: Mosè
parlava, e lahvé gli rispondeva con dei tuoni."
È esattamente lo stesso linguaggio di Plinio: i due
autori stanno forse parlando dello stesso genere di
cose?
Per quanto riguarda poi quello che dice Plinio nel
capitolo 56, a proposito di strani fulmini che
distruggevano sistematicamente ed esclusivamente le
fortificazioni militari, leggiamo in Gios 6, 20 a
proposito della distruzione di Gerico: "Ed avvenne
che, come il popolo ebbe udito il suono della tromba ed
ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della
città furono distrutte."
Fu uno dei "fulmini" descritti da Plinio a
distruggere le mura di Gerico?
Su un arazzo indiano tessuto in memoria del 24°
"Gina" (Maestro di vita), Mahavira, vissuto
nel VI secolo a.C., l'artista ha raffigurato la
processione giainista in onore del Maestro mentre nel
cielo sullo sfondo ha disegnato, a scopo celebrativo,
alcune navicelle sospese in aria. Questo particolare
richiama immediatamente uno dei grandi poemi dell'India,
il "Mahâbhârata", che è il più grande
poema - lirico, epico e sapienziale - di tutta la storia
dell'umanità. Nel III libro di quest'opera, il "Vanaparva"
(Libro della foresta), il re Sâlva "Salì su per
il cielo con la sua nave Saubha che può andare
ovunque" (15, 15). La descrizione di questa nave è
esattamente ciò a cui si è ispirato l'artista nel
disegnare le sue navicelle nell'arazzo: "frutto di
magia era la nave di Sâlva, decorata d'oro, munita
d'asta, di stendardo, di carena e di lanciamissili"
(18, 12). Si deve notare il fatto che anche nell'antico
Egitto il geroglifico che indicava la divinità, o la
presenza del dio, era appunto un'asta con uno stendardo
in cima, e questa è sicuramente un'analogia alquanto
singolare. Intanto Salva dalla sua nave poteva lanciare
... "missili che risplendevano come fuoco
sfavillante" (18, 15), e nell'infuriare della
battaglia celeste, a un certo punto ... "il cielo
sembrò contenere cento soli, o gran re, e cento lune, e
miriadi di stelle" (21, 36), mentre ... "su
nel cielo si fece un grande fragore" (22, 3). Non
sono forse questi gli stessi fenomeni che Plinio dice
che erano stati visti in cielo, sulle campagne di
Mantova e in provincia di Todi? Eppure qui siamo nella
valle dell'lndo, alcune centinaia d'anni prima di
Cristo.
Ancora nel VI libro del "Mahâbhârata", il
"Bhismaparavan" (Libro di Bhisma), vengono
descritte, nel canto 114, straordinarie armi divine con
queste parole: "aveva come raggi missili
fiammeggianti; col vento che veniva prodotto dalle sue
armi, col tuono generato dal fragore del suo veicolo,
con le fiamme che uscivano dalle grandi armi ... Bhisma
era per i nemici simile al fuoco della fine di un'era
cosmica. Piombato in mezzo ad una schiera di carri, ne
uscì poco dopo ... assalì con impeto il centro
dell'esercito Panduide ... con sei velocissimi missili
dal tremendo fragore, che assomigliavano al sole e
frantumavano ogni difesa avversaria."
Ed ancora nel canto 102 leggiamo che: "udendo il
rumore che emetteva la sua arma da lancio, simile al
tuono del fulmine, tutti le creature si rannicchiavano
(sta parlando d'un mortaio?). Quattordicimila Cedi, Kaci
e Karusha, tutti combattenti col carro, famosi, di
nobili famiglie, pronti a morire, decisi a non tornare
indietro, ognuno col suo vessillo decorato d'oro,
assalendo Bhisma svanirono nella battaglia come nella
Morte che li attendeva con la bocca spalancata, diretti
all'altro mondo con tutti i loro carri, cavalli ed
elefanti. Ed allora vedemmo ovunque, o re, carri con gli
assi ed i finimenti spezzati, con le ruote frantumate a
centinaia e migliaia. Di carri rotti con tutte le loro
corazze, di guerrieri schizzati via dai carri, di frecce
e corazze infrante, di asce, clave, mazze, scimitarre,
pezzi di carro, faretre, pezzi di ruote, balestre,
spade, braccia, teste con addosso ancora gli orecchini,
guanti di protezione delle dita, vessilli abbattuti ed
archi spezzati, di tutto questo era sparpagliata a
distesa la terra."
Non si porrebbero descrivere meglio, o diversamente, le
conseguenze d'un bombardamento a tappeto, la vista di
cose e persone dilaniate in un attimo da un'immane
esplosione. Bhisma aveva distrutto da solo, e in pochi
istanti, quattordicimila carristi "con tutti i loro
carri, cavalli ed elefanti". Forse qualcuno
potrebbe pensare che l'autore di questi versi era una
specie di Nostradamus indiano e che il racconto è
frutto d'una visione profetica. Questo è ben difficile
che sia possibile, anche perché racconti analoghi li
troviamo un po' in ogni parte del mondo.
Ad esempio tra gli antichi racconti dei popoli
precolombiani, ritroviamo nella mitologia Dakota la
descrizione di titanici combattimenti tra gli Uccelli
del Tuono e grandi "animali divini" di terra
chiamati Unktehi, dalla cui "coda" e dalle cui
"corna" uscivano lampi di fuoco accompagnati
da tuoni. Le battaglie tra questi "animali
divini" si concludevano sempre con gravi perdite da
entrambe le parti.
Stranamente, presso i popoli antichi di tutto il mondo,
veniva usata la stessa parola, "animale", per
indicare macchine belliche o velivoli da trasporto
talmente avanzati tecnologicamente da apparire, in quei
tempi, manifestazioni soprannaturali. Anche nella Bibbia
il profeta Ezechiele usa ripetutamente la parola
"animale" (Ez: 1, 5; 2, 13; 10, 15; 10, 20,
per citare solo alcuni passi) per indicare l'apparecchio
misterioso che vede a Babilonia, sulle rive del canale
Kebar, e che lo prende a bordo per portarlo qualche
chilometro più in là, a TeI Abib nella Bassa Caldea,
dove il profeta risiedeva. Un anno dopo Ezechiele verrà
trasferito in volo addirittura fino a Gerusalemme. Egli
cerca di descrivere, nel modo migliore che gli riesce
possibile, ciò che vede. Sembra che stia parlando di
elicotteri. Infatti dice che "essi sfavillavano
come un globo di rame terso" (Ez 1, 7), mentre
"le loro ali erano unite l'una all'altra" [cioè
le pale del rotore unite al centro] (1, 9). "Sopra
le teste degli animali" [i caschi dei piloti]
"c'era come una volta celeste con lo splendore del
cristallo" [la cupola della cabina di pilotaggio]
(1, 22). "Quando si muovevano io udivo il rumore
delle loro ali simile al rumore di acque impetuose ...
quando si fermavano le ali si abbassavano" (1, 24).
"C'era un rumore sopra la cupola che era sopra le
loro teste" (1, 25). Si tratta delle turbine che
alimentano il moto delle pale, come è lo stesso
Ezechiele a spiegare: "udii che le ruote venivano
chiamate 'turbine'" (10, 13). Il profeta viene
costretto a salire a bordo di uno di questi elicotteri:
"Lo spirito mi sollevò e io udii dietro di me un
grande frastuono mentre la gloria di lahvé si
sollevava" (3, 12). "C'era il rumore delle ali
degli animali che battevano l'una sull'altra [le pale
del rotore], il fragore delle ruote [le turbine], e il
rumore d'un gran frastuono" (3, 13).
Chi è salito su un elicottero, sa bene di cosa parla
Ezechiele. In altri punti la sua descrizione è identica
a quella che troviamo in alcuni passi dei "Testi
delle Piramidi" dove, nel capitolo dedicato al
"trono celeste", leggiamo che il faraone
"sale in cielo sul suo trono di metallo" (cfr.
Ez 1, 26). Questo "trono" è decorato con
facce di leone (Ez 1, 10), mentre i suoi piedi sono
simili agli zoccoli d'un bue (Ez 1, 7). Ezechiele ha
copiato alla lettera dai "Testi delle
Piramidi", o tutti e due stanno descrivendo lo
stesso oggetto?
Certo non è soltanto questo profeta a parlare di strani
velivoli nella Bibbia. Ecco cosa dice David nel secondo
libro di Samuele, dopo il suo insediamento in
Gerusalemme, quando ricorda l'intervento
"divino" in sua difesa durante le guerre
contro i Filistei:
"Il fumo usciva dalle sue narici;
dalla sua bocca uscì un fuoco distruttore
mentre braci ardenti schizzavano fuori da essa.
...
una nube caliginosa sorreggeva i suoi piedi.
Salì sopra un cherubino e volò;
egli si spostò spinto da un vento
mentre si formava una nube oscura tutto intorno;
lo circondavano come un abitacolo
in un fragore d'acque e densissime nubi.
Dallo splendore che emanava tra le nubi
schizzavano pietre incandescenti.
Il Signore tuonava dal cielo,
l'Altissimo produceva il suo suono.
Scagliò i suoi bolidi e disperse i nemici,
vibrò le sue folgori e li mise in fuga." (2 Sa 22,
9-15).
Un servizio analogo l'aveva ricevuto trecento anni prima
il faraone Ramosis II a Kadesh, sulle rive del fiume
Oronte a nord del Libano, quando anche lui, come David,
si trovò circondato dai nemici e in situazione
d'estremo pericolo. Nel resoconto di quella battaglia,
scritto sulle pareti dei templi di Karnak, Luxor e Abido
nonché su papiri come il Sallier III, leggiamo:
"Uadjt abbatteva per me i miei avversari, il suo
vento infuocato da braci ardenti era di fronte ai miei
nemici ... questi raggi bruciavano le membra dei
ribelli, e ognuno di loro gridava all'altro: 'attenti!'.
La grande Sekhmet lo guidava ... chiunque provava ad
avvicinarsi al re il raggio ardente come fuoco ne
bruciava le membra, mentre altri in lontananza volavano
via dal terreno, (ed altri si piegavano) con le loro
mani alla mia presenza ... essi erano a mucchi davanti
al mio cavallo, erano stesi a mucchi nel loro
sangue."
Anche Ramosis Il, come David, parla di "braci
ardenti"; l'uno parla di un "raggio
ardente", l'altro di "folgori", ma nel
resoconto di Ramosis c'è un elemento nuovo: i nemici
che "volavano via dal terreno", come sospinti
da un'esplosione. Ci sono persone per le quali non si
tratta altro che di retoriche e allucinate iperboli. Per
loro infatti la parola "uadjt" significa non
la divinità chiamata appunto "Cobra", ma l'ureo
fissato sulla corona posta sulla fronte del re, da cui
sarebbero "poeticamente" usciti quei raggi
mortali che avrebbero fulminato migliaia di nemici.
Questa sì che è vera... fantasia anche se, ad
alimentarla, ci si mette di certo la tradizionale
ambiguità dei testi egiziani! È comunque una singolare
coincidenza il fatto che, ancora oggi, gli elicotteri
d'assalto dell'aviazione israeliana si chiamino
curiosamente "Cobra"...
In un papiro d'epoca tolemaica (copia d'un papiro più
antico d'epoca ramesside) chiamato "Setne II"
e custodito al British Museum con la sigla D.C. IV; si
narrano alcune vicende legate al figlio di Ramosis Il
Khaemuaset, chiamato anche "Setem", cioè
Sommo Sacerdote (di Ptah). Il teatro dell'azione è
naturalmente Menfi, dove Khaemuaset viveva e svolgeva le
sue funzioni religiose. Nel racconto il principe ha un
figlio, Sausir, che è in realtà l'incarnazione d'un
potentissimo mago vissuto in Egitto 150 anni prima,
quando regnava Thotmosis III, ed il cui nome era Horus
sapaenshu. Questo mago è ritornato sulla terra e si è
incarnato nel piccolo Sausir (un Harry Porter
dell'epoca!) perché proprio allora sarebbe ritornato
anche un altro mago, nemico dell'Egitto, che era stato
confinato fuori dal mondo proprio per il periodo di 150
anni. Quando il mago malvagio in effetti si presenta a
corte per compiere la sua vendetta, Sausir-Horo
sapaenshu è l'unico che può fronteggiarlo e
neutralizzarlo. Egli racconta al faraone, in presenza
della corte, cosa successe quando era re Thoutmosis III,
ed ogni parola del suo racconto è contenuta nel papiro
che il mago malvagio ha portato con sé dall'Etiopia.
Costui, in quel tempo, aveva costruito con una
"cera magica" un veicolo sorretto da quattro
non meglio identificati "sostentatori". Poi,
soffiando su questa costruzione, le diede vita. Questo
veicolo fu allora in grado di recarsi durante la notte
in Egitto e, aspettando la cattura nel sonno del
faraone, portarlo in Etiopia, aspettare che venisse
bastonato dagli etiopi e riportarlo di nuovo nel suo
palazzo, il tutto in sei ore. Horo sapaenshu non sa come
fronteggiare questa situazione, così si addormenta nel
tempio di Thot. Il dio gli si presenta in sogno e gli
rivela un nascondiglio segreto dove sono custodite le
istruzioni che consentiranno anche a lui di poter
costruire un "carro magico". Horo sapaenshu fa
come gli ha detto il dio e dopo un po' "Le magie di
Horo sapaenshu correvano in mezzo alle nuvole del cielo
e non perdevano tempo a muoversi nella notte (andando)
verso il paese degli Etiopi. (Arrivati lì)
s'impadronirono del re (degli etiopi, n.d.a.) e lo
portarono in Egitto ... poi lo riportarono a Saba (Meroe)
il tutto in sei ore." Il re degli etiopi,
spaventato, dice allora al suo mago: "per Amen, il
potente di Saba, mio dio, se capiterà che tu non sappia
salvarmi dal carro magico degli egiziani, ti farò fare
una brutta morte tra i tormenti." Così il mago
etiope va in Egitto e, di fronte al faraone Thotmosis
III, inizia una gara di magia con Horo sapaenshu. Ad un
certo punto l'etiope "sospese una grande lastra di
pietra che misurava duecento cubiti di lunghezza e
cinquanta di larghezza (80 mt x 20 mt) sopra il faraone
e i suoi nobili." Al che Horo riesce a far
scivolare l'immane macigno su di una chiatta ormeggiata
sulla riva del fiume, liberando il faraone. Dopo altre
schermaglie, la storia si conclude con l'immancabile
vittoria del Bene sul Male. Il problema che abbiamo noi,
di fronte a questo racconto, è quello di capire se la
fiabesca fantasiosità della trama si poggia, e fino a
che punto, su basi di realtà. Abbiamo visto che, nel
papiro Tulli, Thoutmosis III dà ordine di andare a
consultare "tutto quello che è scritto nei rotoli
di papiro della Casa di Vita". È legittimo
presumere che l'ordine riguardasse la consultazione non
su come coltivare l'aglio e le cipolle, ma su quante e
quali analogie potessero avere i fenomeni celesti di
quei giorni con altri eventi o fatti di cui il re era già
a conoscenza e che lui sapeva essere annotati negli
Archivi di Stato. Ricevuti tutti i documenti, Thoutmosis
III si mette a riflettere su di essi cercando di capire,
paragonando i dischi volanti di quei giorni ad altri
casi evidentemente già documentati o al movimento, e la
prevista presenza, di altri apparecchi di cui lui
conosceva il comportamento.
Un altro riscontro è il seguente. Tra i monti del
Libano, ad un'altezza di 1200 metri sul livello del
mare, si eleva una collina, chiamata Baalbek, sulla
quale è stato edificato uno dei complessi templari più
incredibili di tutta l'antichità. Quando vi arrivarono
i greci lo dedicarono a Giove e come tale ancora oggi
viene identificato. Le basi del complesso edilizio,
tuttavia, hanno chiare origini megalitiche. Tra esse si
trovano tre monoliti che non hanno eguali in
nessun'altra parte del mondo, neanche tra le fortezze
Inca in Perù o il complesso di Giza in Egitto. Si
tratta di tre parallelepipedi ciascuno lungo quasi 20
metri e largo 4, ciascuno del peso di 1000 (mille!)
tonnellate. È già incomprensibile come siano stati
elevati a sei metri d'altezza dal terreno e posti su
altri blocchi, perfettamente squadrati e aderenti tra
loro. Ma la cosa ancor più inimmaginabile è come
questi monoliti possano essere stati portati lassù, su
una collina, a 1200 metri d'altezza! Da alcuni anni la
NASA ha iniziato lo studio e la progettazione di
apparecchiature che, producendo particolari onde sonore,
sarebbero in grado di sollevare oggetti anche
particolarmente pesanti (levitazione acustica). Sarebbe
questo il sistema usato a Baalbek e nel racconto di
Setne Il?
Il papiro "Setne Il" è un racconto
celebrativo della grandezza egiziana, in cui si trovano
elementi chiaramente fantastici. Tuttavia non si tratta
d'una fiaba, dal momento che molti elementi sono del
tutto reali. Reali sono, infatti, i faraoni Thoutmosis
III e Ramosis Il; è realmente esistito il figlio di
Ramosis II che si chiamava Khaemuaset; è vero che
questo principe occupava la carica di sacerdote supremo
di Ptah e che risiedeva a Menfi. Il conflitto tra
Thoutmosis III e i nubiani è assolutamente vero, com'è
testimoniato negli "Annali" di questo re. A
questo punto c'è da chiedersi: saranno veri anche i
riferimenti al "carro magico" ed al monolite
sospeso per aria? Per quanto riguarda il "carro
magico", il papiro Tulli non è l'unico riscontro
noto e possibile con cui stabilire un collegamento. Ce
ne sono anche altri: il più noto è il testo letterario
del "Libro dei morti" degli antichi egizi.
Tra i papiri che riportano le varie versioni ve n'è
uno, custodito al British Museum, noto come "papiro
di Ani", la cui versione è tra le più diffuse.
Ani, da vivo, era governatore dei magazzini di Abydos e
responsabile delle offerte, nonché scriba dei redditi
(amministratore) dei signori di Tebe. È vero che questo
testo rituale veniva ricopiato, per ogni singolo
committente, da una base di formule uguali per tutti, ma
è anche vero che ci sono personalizzazioni e modifiche
che variano da persona a persona. Chissà. se Ani, nella
sua vita, fu anche qualcosa d'altro, oltre quello che
raccontano i suoi titoli ufficiali. Nel capitolo CXXXlII
egli, ormai morto, come in un testamento spirituale
prende un solenne, pur se rituale, impegno: "non
dirà l'Osiride Ani giustificato (cioè da morto) ciò
che ha visto, né ripeterà da Osiride (ciò che ha
sentito) nella dimora segreta." E meno male che ha
preso questo impegno, dal momento che in altri capitoli
lui fa confessioni che ci lasciano sconvolti! Chissà,
se non avesse preso questo impegno a stare zitto, quali
altre cose ci avrebbe mai raccontato.
Ecco cosa dice, infatti, nel capitolo LXXVII: "io
volo via e poi atterro (stando) dentro il falco; il suo
dorso misura sette cubiti (3,7 metri), le sue due ali
sono come di feldspato verde. lo esco dalla nave-sektet,
il mio cuore va sulla montagna orientale" (il
Sinai? Oppure la montagna sacra dello Wadi Hammamat?).
Capitolo LXXVIII: "io ti do il nemes di Ruty, il
mio, affinché tu possa andare e tornare per la strada
celeste. Gli dei del Duat, che sono all'estremità del
cielo, ti vedranno, ti rispetteranno, s'impegneranno
davanti alle loro porte per te, lahwed sarà con loro.
Essi si sono dati da fare per me, gli dei padroni dei
confini (del mondo), coloro che sono legati alla dimora
dell'unico Signore. lo infatti in alto (ero) presso lui
che galleggiava: dopodiché egli prende il mio nemes,
come aveva detto Ruty. lahwed apre per me un passaggio.
lo sono in alto, Rury aveva preso il nemes per me,
l'aveva messo sulla mia testa, aveva allacciato per me
il mio corpo nel suo schienale, per la sua grande
potenza io non posso cadere nel vuoto ... io ho visto le
sante cose segrete, io sono stato addestrato nelle
operazioni nascoste, io ho visto ciò che c'è in quel
luogo, il mio pensiero è nella maestà del signore
dell'aria. ... io sono come Horo tra i suoi illuminati
... ho attraversato le regioni più lontane del cielo.
... 'Un bel viaggio!' mi hanno detto le divinità del
Duat." Questo capitolo è semplicemente
sconcertante. Gli egittologi dicono che si tratta d'una
descrizione immaginaria del viaggio del morto nell'aldilà.
Solo che c'è un piccolo, tremendo, particolare: il
passo in cui Ani dice "io infatti in alto (ero)
presso lui che galleggiava", parole che non possono
essere nient'altro che la descrizione della mancanza di
gravità. Gli egittologi preferiscono
"tradurre" questo passo in modo delirante
piuttosto che guardare le cose come stanno. Uno di loro
traduce: "salute a colui che è esaltato che è sul
suo ornamento". L'insensatezza e la gratuità di
frasi simili è ancor più chiara se andiamo a guardare
la traslitterazione del testo originale. Quella relativa
al passo in questione è la seguente [tra le virgolette
la traslitterazione, in parentesi tonda la traduzione
letterale per ogni singola parola]: "ì" (io)
"ìn" (infatti) "q3" (in alto)
"hr" (presso) "÷b3" (galleggiava)
"f" (lui). È impossibile equivocare, eppure
c'è gente che lo fa. È ovvio che nessun abitante della
terra, 3500 anni fa, poteva immaginare viaggi nello
spazio extraterrestre, e men che meno l'esistenza della
mancanza di gravità: in che modo allora Ani, o qualcun
altro prima di lui, avrebbe potuto sapere una cosa
simile? È davvero mai possibile che ci sia stato
proprio qualcuno, a quell'epoca, fuori dall'atmosfera
terrestre?
Se vogliamo credere alle parole di quel testo, ecco cosa
dice ancora il capitolo CLXXV: "cos'è questo? lo
vi ho viaggiato e, inoltre, non c'è acqua, non c'è
aria, non c'è vento, è buio, oscuro, senza limiti,
senza confini." Potremmo noi descrivere lo spazio
extraterrestre con altre parole? Per contro, queste
parole potrebbero essere state usate per descrivere una
qualche esperienza sulla terra, oppure un modo degli
antichi egizi d'immaginare l'aldilà? Assolutamente
nessuna di queste due cose: l'assenza d'aria non è
un'esperienza che si può fare sulla terra, tranne che
sott'acqua. Immaginare poi l'aldilà come un luogo
senz'acqua, né aria, né vento sappiamo che era del
tutto impossibile per gli antichi egizi, che collocavano
nell'aldilà i "campi di Ialu", campi eterni
nei quali i faraoni coltivavano le messi, serviti da una
schiera di "ushabti". Ani dunque non parla
solo di galleggiamento "in alto", ma anche di
assenza d'aria ed acqua: se un indizio è poco, due sono
troppi. Ani non sta parlando del viaggio del morto
nell'aldilà, ma d'un (suo?) viaggio reale, in vita, al
di fuori dell'atmosfera terrestre, della fase
preparatoria di questo viaggio e delle operazioni di
attracco e trasferimento nello spazio. C'è anche un
misterioso dio, Iahwed (chi sarà?), che dopo aver
aiutato Ani ad entrare nella stazione spaziale, lo aiuta
anche a togliersi il casco. Per inciso, il nome in
geroglifico di questo dio, con la sola mancanza della
"d" finale, lo ritroviamo nel tempio di
Amenhotp III a Soleb, nell'attuale Sudan. Nella sala
ipostila, alla base delle colonne, quando vengono
elencati i nomi delle tribù sottomesse, a un certo
punto leggiamo: "beduini shasu di Yahwe". Ma
tornando a quello che dice il "Libro dei
morti", Ani parla anche del suo ritorno sulla
terra, quando sbarca ed esce dal recinto dell'astroporto.
Ecco cosa dice al capitolo LXXXVI: "io ho passato
un giorno nella base isolata dove c'è l'avvampamento
(una base di decollo e atterraggio?), vi ero andato in
missione, ne ritorno per rendere conto, aprimi affinché
possa dire ciò che ho visto. Horo è il comandante
della nave divina, ... io vi sono entrato stimato ed
esco ingrandito attraverso la porta del Signore
dell'Universo." L'autore originario di questo
passo, chiunque sia stato, sembra voler mettere
all'incasso il suo eccezionale viaggio, per intascare
delle molto terrene credenziali politiche! È molto
probabile che le sue pretese abbiano dato fastidio a
qualche potente terrestre, ma questo non lo sappiamo,
come non sappiamo di cosa sia morto.
Ani dunque come Ezechiele? È impossibile dirlo con
certezza perché il "Libro dei morti", oltre
ad essere un racconto letterario, è anche un racconto
ritualizzato (o meglio teatralizzato) di eventi molto più
antichi, per cui Ani ripeteva a pappagallo cose di cui
avrebbe anche potuto ignorare il vero significato. Ad
esempio il testo del capitolo 175, com'è noto, è molto
antico e lo ritroviamo in epoche precedenti a quella di
Ani, come il periodo eracleopolitano, cosicché questo
brano risulta essere, come tutti gli altri, una
ripetizione cerimoniale. Tuttavia, a proposito del
viaggio del Falco Divino, Rundle Clark, nel suo "Myth
and Symbol in Ancient Egypt" (Londra 1959),
sostiene che, per quanto riguarda questa parte del
racconto mitico, si tratta di "una creazione
letteraria indipendente, che aveva reciso i legami col
rito" (i personaggi divini, ad esempio, sono
completamente privi di ogni sacralità). Ci troviamo di
fronte dunque ad alcune "anomale"
interpolazioni che, in qualunque epoca siano state
compiute, rafforzano l'enigma riguardo al fatto che
questi viaggi nello spazio qualcuno possa averli davvero
compiuti. La datazione dei personaggi e degli eventi
esclude che questi viaggi possa averli compiuti anche
Ani? Dobbiamo osservare che il fiorire di tutta questa
letteratura coincide, dal punto di vista storico e
cronologico, con periodi in cui sono redatti, da scribi
dell'esercito, documenti di Stato che attestano
drammatici "incontri ravvicinati del terzo
tipo" con macchine volanti, inconcepibili per
quell'epoca. Questi documenti non solo esistono e sono
reali, ma sono anche, contrariamente a quanto è
avvenuto per il papiro Tulli, correttamente e
ufficialmente catalogati nel "corpus" dei
testi storici. Ne riparleremo presto, fornendo tutta la
corretta documentazione a riguardo. Di certo il
"caso" del Papiro Tulli è soltanto la punta
di un iceberg. La parte ancora sommersa, che deve essere
portata alla luce, è molto più grande di quello che
finora si vede.
Inoltre è noto come presso altri popoli esistano altre
analoghe descrizioni. In un racconto babilonese,
"Le imprese del dio Ninrag", si parla di
"un carro di lapislazzuli ... terribile e
spaventoso" a cui "Anu dona terribile fulgore
nel cielo" e che "a causa del rimbombo e dell'immemo
frastuono, rintronano per il suo movimento il cielo e la
terra".
Nell'"Epopea di Gilgamesh" il leggendario re
di Uruk deve compiere l'impresa di distruggere un
"toro disceso dal cielo". La dea Astarte, che
lo ha ricevuto in dono da suo padre, il re degli dei Anu,
"ora lo guida giù sulla terra. Con un soffio (un
missile?) il toro celeste aprì una voragine: vi furono
inghiottiti dentro cento uomini. Con un secondo soffio
aprì un'altra fossa: vi furono inghiottiti dentro
duecento uomini di Ururk."
La suprema divinità degli Ittiti, il dio della
tempesta, del tuono e del fulmine Teshub, era
stranamente associato alla figura del toro. In alcune
liste sacrificali ittite compare frequentemente
l'indicazione di "un grande toro di ferro",
oppure di "un grande toro d'argento". Questo
culto era particolarmente vivo a Catal Huyuk, tra le cui
rovine sono stati trovati, peraltro, dei teschi
"umani" molto particolari.
La quantità e la qualità di questi documenti è tale
da costringerci a pensare che non si può trattare solo
e sempre di fantasie, equivoci o allucinazioni. In ogni
parte del mondo, nell'antichità, viene narrata e
testimoniata la presenza di esseri e di oggetti
"divini", circondati da attrezzature e/o
fenomeni che agli indigeni terrestri d'allora apparivano
come manifestazioni soprannaturali o di magia. Queste
testimonianze provengono da ogni parte del globo, da
culture completamente diverse tra loro e persino, in
qualche caso, da grandi personalità storiche del
passato. La cosa più sconcertante è che tutte queste
svariate testimonianze descrivono le stesse cose con le
stesse parole.
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