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  -Androidi e insetti robot, arti bionici e teletrasporto-

Quando la scienza pesca
nell' immaginario umano

           A cura di Tiziano Farinacci
           

 

Quanto sottile e invalicabile è l’abisso che divide il sogno dalla realtà? Cosa possiamo ritenere “impossibile” e qual è il limite effettivo che confina l’uomo nelle sue supposizioni, ipotesi e speranze?
 

Nel 1926 nasce la “Fantascienza Moderna”, ma già nel medioevo e nella letteratura antica orientale venivano proposte opere che potremmo definire fantascientifiche. Successivamente la rivoluzione industriale e la nascita di nuovi macchinari stimolarono e incentivarono la fantasia dell’uomo che, seppur inizialmente mosso da uno spirito negativo e scettico nei confronti di un pianeta volto al progresso tecnologico, portò al battesimo della vera-fantascienza. Gli scrittori di genere, scienziati e futurologi del secolo scorso, abbracciarono invece il concetto di progresso virtuale andando a convergere sempre più verso un misticismo tecnologico di stampo millenarista.

 

Ma che legame c’è tra la Scienza e la Fantascienza?

 

Ad oggi, la sensazione che si ha dalla simbiosi tra queste è data da un rapporto di dipendenza reciproco ed inequivocabile. Verrebbe da dire che l’una sia spunto di riflessione e di ricerca per l’altra e viceversa, proprio in virtù di un distacco notevolmente ridotto negli ultimi decenni che ha portato ad una sorta di studio contemporaneo capace di gettare le basi di nuove aree di sviluppo quali il Misticismo Tecnologico, il Postbiologico e la Nanotecnologia.

 

Ma in cosa consistono queste correnti innovative? Potremmo riassumere evidenziando questi scenari:

 

Hans Moravec (Teorico dell’Intelligenza Artificiale) ipotizza la creazione di macchine talmente evolute da rasentare il livello umano, immaginando che un giorno l’universo venga “sorvegliato” da macchine “quasi divine”; Vernor Vinge (matematico e autore di fantascienza) prevede la produzione di un’intelligenza “superiore a quella umana” entro il 2030, con la conseguente ascesa dell’evoluzione umana e del potenziamento tecnologico.

 

E così già nell’ultimo decennio abbiamo avuto modo di apprendere dall’informazione in genere (pubblicazioni scientifiche cartacee e telematiche) di innovazioni già presenti nel nostro immaginario in quanto proposte in passato sottoforma di film, telefilm o libri.

 

(...)* E’ di recente diffusione, ad esempio, la notizia che in Giappone sia stato presentato da Hiroshi Ishiguru, dell'Università di Osaka, il primo “Androide femmina”. Il suo nome è Repliee Q1 ed è talmente curata nei particolari da ricordare i “lavori in pelle” di “Blade Runner”(1), anche se soltanto per una decina di secondi. Tuttavia, se consideriamo che siamo appena al primo prototipo del tipo, i margini di miglioramento non potrebbero che essere “sconfinati”. Oltre all’aspetto estetico, anche le capacità intellettive non sono state trascurate nello studio e nella creazione di robot. E’ di pochi giorni fa la notizia che gli scienziati del Neurosciences Institute di La Jolla, in California, capitanati da Jeff Krichmar (Direttore del progetto) hanno creato Darwin VII, ovvero un robot in possesso di capacità di apprensione ed elaborazione paragonabili ad quelle di un bimbo di 18 mesi.

 

Ma non solo gli uomini vengono presi come riferimento da robotizzare. Se parliamo di “insetti-robot” (oltre a ricordare le creature artificiali che nel film “Red planet”(2) attentavano all’incolumità dell’equipaggio terrestre sul Pianeta Marte) ci riferiamo ad un robot di tipo particolare, alimentato ad energia solare, che presenta una struttura meccanica che tende ad imitare quella biomeccanica di un insetto specifico, capace di proporre le sue caratteristiche principali, di vantare delle reazioni autonome con dei limiti prestabiliti tipici di quell’insetto.
 

Lasciando gli insetti, ritroviamo gli stessi intenti, seppur con diverse applicazioni, su altre versioni robot di terrestri creature: di recente un'equipe di scienziati, guidata dal neurobiologo Kenji Doya, dell'Istituto di Scienza e Tecnologia di Okinawa, in Giappone, avrebbe sviluppato quella che è stata presentata come “una comunità di cyber-roditori”. Si tratterebbe di topi di plastica, di 22 centimetri di lunghezza, capaci di ragionare per mezzo di un sofisticato processore logico, completi di telecamera, sensori, ruote motorizzate e un sistema di comunicazione a infrarossi che permette loro di condividere informazioni con la comunità. L’obiettivo, a detta dei ricercatori, potrebbe essere quello di utilizzare questi topi-robot per esplorare ambienti per qualche motivo ostili (anche di tipo extraterrestre). Per quanto inquietante e al tempo stesso affascinante questa ricerca ci appaia, la possiamo prendere da esempio se rapportata con lo studio messo in atto dal professor John Chapin, docente di Fisiologia presso la State University of New York, studio che ha portato all’impiantaggio di un chip nel cervello di alcuni topi che a quel punto si comporterebbero come macchine telecomandate, costretti ad obbedire ad ordini inviati elettronicamente a distanza. Scelta di sadica fattura, giustificata con l’intento di usare queste creature per insinuarsi tra le macerie di eventuali disastri e ricercare potenziali vittime ancora in vita. Ad ogni modo, nulla a che vedere con i topi-robot proposti in una delle avventure di “Action Man”, irritante pupazzo proposto come “il più grande eroe del mondo” e colui il quale avrebbe… “…fatto giocare intere generazioni di bambini”.


Ricordate invece quel telefilm, in voga nei primi anni ’80, chiamato “L’uomo da 6 milioni di dollari” (o L’Uomo Bionico, per maggior chiarezza)? Ebbene sì, anche questo spunto non è passato in secondo piano. Un ex-elettricista americano, Jesse Sullivan, perse le braccia a causa di un incidente sul lavoro. Ma un’equipe di medici del Rehabilitation Institute di Chicago, coordinata dal dottor Todd Kuiken, si interessò al caso provvedendo ad innestare al paziente 2 protesi costituite da metallo e plastica capaci di muoversi come due arti normali, di sentire il caldo e il freddo, di conferire allo sfortunato Sullivan la sensibilità necessaria per stringere gli oggetti tra le mani senza romperli e di comandare i “nuovi arti” con input inviati col pensiero attraverso un trasmettitore. Jesse Sullivan è a tutti gli effetti il primo “uomo bionico” dell’umanità.
 

Un altro telefilm capace di fornire alla Scienza nuova linfa è stato senza alcun dubbio “Star Trek” (1966), serie televisiva tra le più famose in assoluto nella storia della tv che narra le avventure, ambientate nel futuro, dell'astronave Enterprise per "esplorare nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e nuove civiltà, per andare là dove nessuno è mai giunto prima".

 


 

E quanto ha influito “Star Trek” sulla ricerca? Sembrerebbe davvero tanto, se consideriamo che negli ultimi anni gli scienziati si sono messi a testa bassa nello studio del “teletrasporto”. E come dimenticare l'ufficiale ingegnere capo dell’Enterprise, Scotty(3), che dalla sua postazione inviava i blasonati componenti della nave spaziale direttamente su altri pianeti e, basandosi sulle esatte coordinate individuate dal “Vulcaniano” Signor Spock(4), faceva sì che come per incanto i suoi compagni di viaggio si ri-materializzassero sulla nave spaziale. Ebbene, nel 1997, il gruppo di ricerca di Anton Zeiliger (Istituto di Fisica Sperimentale di Vienna) ha confermato la teoria per cui la meccanica quantistica non vieta in alcun modo il teletrasporto di corpi macroscopici. Allo stato attuale, lo studio sarebbe concentrato sull’esperienza di teletrasporto di atomi e molecole, ma è notizia di due anni fa, apparsa sulla rivista Nature, che l’èquipe guidata dal professor Nicolas Gisin, sarebbe riuscita nell’intento di teletrasportare un fotone per 2 km di distanza! Questo non significa che l’esperimento potrebbe funzionare con un essere umano, o almeno ad oggi sarebbe impensabile, ma lo erano del resto anche i risultati ottenuti in tale ambito fino a questo momento.


 

 

Sempre dalla fortunata serie televisiva ideata da Gene Roddenberry ricordiamo “il Phaser”, ovvero quella “pistola” capace di paralizzare o all’evenienza di far scomparire o “vaporizzare” l’ospite indesiderato. E’ notizia di recente diffusione che alcuni scienziati americani del Dipartimento dell’Energia stiano lavorando alla realizzazione di pistole e fucili a raggi per mezzo della Active Denial Technology (ADT). Queste armi emanerebbero energia sotto forma di fascio elettromagnetico a 95 GHz in grado di provocare un calore tale da far desistere il malcapitato. Tuttavia, sebbene l’intento iniziale professato dai creatori di questo nuovo mezzo bellico fosse per scopi non letali ma di semplice “arresto” di intenzioni a loro volta pericolose, dai test condotti sembrerebbe che l’esito effettivo dell’impatto con tale laser sarebbe strettamente legato alla distanza da cui viene emanato e che il calore in alcuni casi si sarebbe trasformato in gravi ustioni con un alto “rischio-morte”. La notizia non avrebbe “paralizzato” il governo americano che ha espresso l’intenzione di “battezzare” la nuova arma fornendola alle unità militari impegnate per la “missione di pace”(?) in Iraq.


 

Probabilmente, le ricerche menzionate sono solo alcune tra quelle realmente in atto e che vanno a sottolineare il binomio Scienza-Fantascienza. Ma i pochi esempi illustrati danno comunque prova di un filo diretto tra i due settori. Verrebbe da chiedersi quale in definitiva sia il precursore tra i due ma la sensazione che si ha nel concreto è che Scienza e Fantascienza viaggino su rotaie di uno stesso binario.

 

NOTE:

 

1 – Blade Runner, filmUsa, 1982, Fantascienza/Azione, 124', Regia: Ridley Scott

2 – Red Planet, film Usa, 2001, Fantascienza, Regia: Antony Hoffman

2 – Montgomery Scott, usualmente conosciuto con il soprannome di Scotty, è un personaggio della serie televisiva di fantascienza Star Trek ed è stato interpretato dall'attore James Doohan (1920-2005).

4 – Il Signor Spock (Mr. Spock), il vulcaniano dalle orecchie a punta di Star Trek, è uno dei più famosi personaggi non solo delle serie di fantascienza ma dell'intera storia della televisione, grazie a Gene Roddenberry, ideatore della serie, e all'interpretazione data da Leonard Nimoy. Il vero nome vulcaniano di Spock, mai reso noto durante la serie, è impronunciabile per gli umani.


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