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 .:: Scoprendo i contattisti: George Adamski ::.

Statunitense di origine polacca, George Adamski, all’età di sessantun anni passa alla storia della ricerca ufologica come il “padre del contattismo”.
Il suo primo, presunto incontro con un alieno biondo e bellissimo avviene nel deserto dell’Arizona il 20 novembre 1952, sotto gli occhi increduli di ben sei testimoni, suoi conoscenti, che non smentiranno mai questa versione.
In realtà Adamski non è la prima persona ad affermare di aver vissuto una simile esperienza, ma è solo con lui che comincia a delinearsi la figura del contattista, con tutte le sue ambiguità, e che termini come astronave madre e ufo-crash , ormai acquisiti dal vocabolario ufologico, fanno la loro comparsa.
Per Adamski quella del 20 novembre, più che la rivelazione dell’esistenza di vita intelligente su altri pianeti, è una sorta di conferma. Astrofilo dilettante, fondatore del Royal Order of Tibet, viene chiamato “il professore” per le sue innumerevoli conferenze a carattere religioso-pacifista.
Abita in una zona soggetta ad avvistamenti UFO, Palomar Gardens, in California, e lui stesso ne fotografa a decine. Non solo, prende l’abitudine di recarsi personalmente sui luoghi degli avvistamenti, nella speranza di un contatto. E finalmente, almeno così racconta, questo contatto avviene: lui e i suoi testimoni avvistano un oggetto volante che descriveranno come una nave argentea, gigantesca, a forma di sigaro, priva di ali e di appendici di qualsiasi genere.
Quello che segue Adamski lo racconta dettagliatamente nel suo Flying Saucers Have Landed, scritto in collaborazione col ricercatore Desmond Leslie, e darà vita ad uno dei casi più discussi, più criticati ma anche più documentati dell’ufologia.
Il prescelto per l’incontro è lui, e i suoi accompagnatori lo lasciano solo, accontentandosi di assistere alla scena guardando dai propri binocoli da una distanza di circa un chilometro.
L’oggetto volante, di cui egli scatta diverse fotografie, scompare alla vista e poco dopo Adamski si accorge della presenza di un uomo, non molto distante, che gli fa cenno di avvicinarsi: lo sconosciuto è un alieno, Orthon, che comunica con lui un po’ a gesti e un po’ telepaticamente. Adamski lo descrive nei minimi particolari, ma soprattutto sottolinea più volte l’aspetto completamente umano dell’essere. Ritroviamo in questo incontro alcune delle costanti di molti altri casi di contattismo futuri: la comunicazione telepatica, la bellezza straordinaria dell’extraterrestre, il senso di pace che avverte chi si trova in sua presenza e che annulla ogni diffidenza, i sentimenti d’amore e di bontà che si prova guardandolo.
Il “visitatore” dice di provenire dal pianeta Venere e reca un messaggio, o meglio un ammonimento all’umanità, contro l’uso di armi nucleari che avrebbero distrutto la Terra e danneggiato l’equilibrio dello spazio circostante con le loro radiazioni.
Durante questo e altri incontri che seguiranno, l’Universo intero risulta abitato da esseri umani più o meno evoluti da un punto di vista spirituale e tecnologico e, non è difficile immaginarlo, la specie terrestre ha ancora molta strada da fare.
Ad Adamski viene mostrato il ricognitore col quale Orthon è atterrato e gli viene chiesto “in prestito” uno dei suoi preziosi rullini, che lo stesso Orthon, dice lui, gli renderà in una seconda occasione.
Le fotografie rimaste risultano rovinate. Adamski ipotizza a causa dell’energia elettromagnetica emanata dal ricognitore, ma in compenso con l’aiuto dell’antropologo George Williamson, uno dei testimoni, riesce a rilevare un calco delle impronte delle scarpe del “venusiano”, sulle quali sono impressi dei simboli, forse un messaggio.
Per quanto pazzesca possa sembrare una prova del genere, vale la pena di soffermarcisi, perché nel rullino che Adamski dichiara essergli stato restituito da Orthon, la fotografia originale è stata sostituita con un’altra, raffigurante simboli simili a quelli delle impronte.
Nel 1963, quindi nove anni dopo, un archeologo di fama internazionale, Marcel Homet, pubblica i risultati delle sue più recenti ricerche in America Latina, dove lui stesso ha scoperto centinaia di petroglifi misteriosi realizzati da una popolazione che lui stima risalire ad almeno 20.000 anni fa. Questi simboli risultano incredibilmente somiglianti, molti addirittura identici a quelli presenti nella fotografia mostrata da Adamski, anche nell’ordine in cui sono disposti. Risulta difficile immaginare come il contattista abbia potuto inventarli, anticipando una simile scoperta.
Ma se questo risulta difficile, è impossibile d’altra parte credere alle affermazioni sulla provenienza del “visitatore”. Durante il primo incontro viene fatto riferimento al pianeta Venere. In quelli successivi, descritti nel libro Inside the Space Ships, Adamski sostiene di essere stato condotto addirittura a bordo di una astronave madre, dove gli vengono svelate le vere origini degli abitanti della terra: saremmo cioè discendenti di coloni che in un lontanissimo passato si sono trasferiti su questo pianeta, o vi sono stati confinati inseguito a comportamenti “negativi” e dunque da allontanare e tenere d’occhio. Ne sarebbe seguito un lento “imbarbarimento” dovuto anche a ripetuti sconvolgimenti climatici. Gli alieni che incontra in quest’occasione, uomini e donne assolutamente umani, provengono non solo da Venere, ma addirittura da Marte e Saturno.
Oggi sappiamo che non può essere vero, ma questo basta ad invalidare l’intero caso?
I racconti di Adamski diventano di dominio pubblico, la stampa non risparmia inchiostro per lui, anzi e i suoi libri sono dei bestsellers. Ma la seria ricerca ufologica rischia di venire screditata dall’appartente assurdità delle sue affermazioni, nel loro complesso. La società aliena che il “professore” presenta è una società che si è gradualmente evoluta verso la perfezione, rispetta la vita, non teme la morte perché la conosce come una sorta di trasformazione, di passaggio necessario. Gli alieni di Adamski comprendono le leggi della Creazione in maniera profonda, e non superficiale come noi. Questo è il futuro che aspetta noi terrestri, se sapremo vedere oltre i limiti del materialismo in cui la nostra mente è imprigionata. Una rappresentazione ideale che si adatta splendidamente alle predicazioni che Adamski faceva prima di diventare famoso, ma che proprio per questo rende più dubbia l’intera versione.
Allo stesso tempo, Adamski mostra delle fotografie, del ricognitore e delle navi madre, alcune delle quali non è stato ancora provato essere dei falsi.
Nel 1954, a Coniston, in Inghilterra, il tredicenne Stephen Darbishire segnalerà oggetti volanti non identificati simili anche nelle proporzioni al ricognitore fotografato da Adamski, e così in varie parti del modo. Nel 1952il contattista afferma che il volo del ricognitore extraterrestre da Desert Center doveva essere stato notato per forza da alcuni aerei militari di passaggio e nel 1956 il Centro Informazioni Aereotecniche Wright Patterson rende noto l’avvistamento di un UFO da parte di un pilota militare, avvenuto proprio il 20 novembre 1952, a Desert Center…Altrettanto importante, il 26 febbraio 1965 Adamski riesce a riprendere con la propria telecamera una presunta astronave aliena. Testimone questa volta Madeleine Rodeffer, un’impiegata governativa. Le immagini vengono analizzate da un noto fisico ottico, William Sherwood, nei laboratori della Eastan Kodak di New York. Sherwood dovrà concludere che non può trattarsi di un falso: l’oggetto rispreso, per quanto sconosciuto, è reale.
Ci sono poi altre affermazioni che fanno pensare: dall’interno della nave madre, seguendo il suo racconto, Adamski, osserva lo spazio, e rimane sbalordito nell’ accorgersi che è completamente buio, eccezion fatta per alcune curiose manifestazioni luminose, che chiama lucciole, che muovendosi in tutte le direzioni lampeggiano un po’ ovunque. Solo alcuni anni dopo, nel 1962, l’astronauta John Glenn, in orbita intorno alla Terra sulla capsula spaziale Mercurio VI, descrive un fenomeno simile.
Ma il “professore” si spinge oltre: descrive la superficie lunare, che dice di aver osservato attraverso uno schermo, e qui torniamo all’incredibile: il contattista parla di crateri e di polvere e ghiaia finissime che ricoprono quasi tutto il suolo, e fin qui niente di strano, anzi, Neil Amstrong nel 1969, dopo aver messo piede sulla Luna, confermerà che la sua superficie è sottile e friabile. Ancora una volta dunque le affermazioni di Adamski risultano corrette, in un periodo in cui l’esplorazione spaziale muove i primi passi. Il fatto è che dallo schermo dell’astronave, nel 1954, Adamski dice di aver osservato anche il lato nascosto della Luna, che si presenta ricco di acqua e di vegetazione. C’è addirittura una città abbastanza ampia dove gli esseri umani avrebbero potuto vivere tranquillamente. Sempre nel 1954, attraverso quello che oggi si potrebbe interpretare come una sorta di proiettore olografico, gli vengono mostrate alcune immagini di Venere, pianeta meraviglioso, ricco di vita e pieno di città. Nel 1961 Adamski afferma addirittura di esserci andato personalmente, e fa un colorito resoconto della sua esperienza. L’anno dopo è la volta di Saturno. Seguono dichiarazioni sempre più ambigue e assurde che, a detta di alcuni dei suoi stessi più fedeli collaboratori, tradiscono un cambiamento in lui, interpretato come un rifiuto da parte sua di accettare che il contatto, ammesso e non concesso che sia realmente avvenuto, fosse terminato definitivamente.
Questa naturalmente l’ipotesi più “benevola”. Adamski è stato accusato di essere un truffatore, o addirittura di fungere da pedina in mano ai servizi segreti americani, che avevano tutto l’interesse a screditare il fenomeno UFO, tanto che l’intero caso viene rifiutato in blocco anche da seri ricercatori, per paura di una ridicolarizzazione di tutto il campo dell’ufologia, che, ai loro occhi, non beneficia in alcun modo dall’attenzione senza precedenti che Adamski attira su di sé. Il “professore” viene ricevuto addirittura dalla regina Giuliana d’Olanda e durante un suo viaggio a Roma, ha quasi certamente un contatto in Vaticano. Lui afferma di essere stato ricevuto da Papa Giovanni XXIII in persona, due giorni prima della sua morte, e di avergli consegnato misterioso plico…Prova ne sarebbe una moneta ecumenica col profilo del Papa, non ancora messa in circolazione, e che dunque Adamski non poteva avere. Il Vaticano, naturalmente, nega ogni possibile incontro col contattista.
Molti anni sono trascorsi ormai. Il “caso Adamski” è stato analizzato con maniacale attenzione da scettici e possibilisti. Accanto alle affermazioni palesemente assurde, alcune delle fotografie prodotte dal contattista si sono dimostrate dei falsi. E tutto questo, naturalmente, non ha fatto altro che rafforzare gli argomenti di chi non ha mai prestato fede ai suoi racconti.
Eppure, la ricerca ufologica si avvale da sempre anche di testimonianze e di prove spesso ambigue, o diversamente interpretabili, proprio perché si occupa di fenomenologie sconosciute per le quali i metodi convenzionali di analisi non sempre funzionano. Il fatto che un Adamski, e altri dopo di lui, affermino che gli extraterrestri incontrati provengono da pianeti dove la vita, intesa in questi termini, non è attualmente possibile, può indicare che hanno mentito, tanto quanto può indicare che E’ STATO LORO MENTITO. Ciò che Adamski dice di osservare della superficie lunare, e non solo, lo osserva attraverso uno schermo. Alcuni tra i più possibilisti hanno, e credo non del tutto infondatamente, preso in considerazione l’ipotesi di possibili false immagini mostrate al contattista appositamente.
Le falsità e le incongruenze del caso Adamski dovrebbero, a mio avviso, essere analizzate anche alla luce di quelle che, come si è visto, non è provato, e forse non lo sarà mai, essere falsità.
Questo almeno se si decide di considerare il contattismo come un fenomeno che fa parte, per quanto scomodo, della seria ricerca ufologica. Scartare l’intero caso Adamski, e con esso altri, forse non salva la credibilità della ricerca di frontiera ma ne limita le possibilità di comprendere il fenomeno nel suo insieme.

Lavinia Pallotta



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