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L'Italia e la
cultura scientifica
di Ennio Piccaluga

Da studente, appassionato di
astronautica ed argomenti scientifici, ero
continuamente alla ricerca di riviste che trattassero
questi argomenti. Spesso mi sorbivo lunghi
telegiornali nell’attesa di qualche aggiornamento
sull’ultima impresa spaziale, attesa spesso vana o al
più compensata da scarne note alla fine del
notiziario. Avevo l’impressione un po’ desolante di
essere l’unico interessato a quelle notizie. Gli
argomenti scientifici non avevano dignità di cultura;
al massimo facevano parte delle curiosità da ultima
pagina.
Il prezzo pagato da tutti per
questa distorta concezione culturale è stato
altissimo.
Nei primi anni sessanta, per una
serie fortunata di coincidenze. l' Italia
aveva la
possibilità
di
diventare una delle nazioni
piu’ evolute d'Europa
se,
accanto alle
favorevoli
condizioni economiche ,
fossero
state altrettanto favorevoli
anche quelle culturali
e politiche.
Forte
del patrimonio
di
conoscenze dei
fisici
di via
Panisperna,
Fermi, Amaldi,
Majorana,
Pontecorvo,
la nostra
fu tra le prime nazioni,
dopo le
USA e
URSS,
a
sviluppare una
tecnologia
nucleare.
Il Paese,
grazie
all'intraprendenza
di
persone come Enrico Mattei,
si
indirizzava verso l'indipendenza
energetica
e, fatto senza precedenti,
verso una cooperazione
diretta con alcuni
paesi
produttori di petrolio.
Siamo in
questi
anni, subito
dopo la
Russia e l’America,
il terzo
paese al
mondo a
lanciare
un satellite
artificiale,
il San Marco: è
il
professor Broglio
a
realizzare il
miracolo
con una manciata
di
milioni.
C’erano industrie
produttrici
di
semiconduttori come la
ATES, la Mistral mentre la
SGS , in
collaborazione con
la Fairchild
americana,
affinava una
sofisticata
tecnologia
per la
produzione
di chip
lineari di
potenza.
Ed ancora la Geloso,
ricca di
un prezioso
patrimonio
di
conoscenze nel
campo
radiofonico accumulate
fin dai
tempi di
Marconi.
L’Italia si presentava, quindi, come
una nazione
ricca di
molte potenzialità in ambiti
strategicamente
importanti
quali l'energia,
l’astronautica e
l’elettronica, settori
che in pochi anni avrebbero
prodotto
la più grande
trasformazione
nella
storia dell'umanità.
Ma c’era un ostacolo in
agguato: una certa cultura soltanto umanistica,
impreparata all’impatto prodotto dalle tecnologie
emergenti. Cultura che dal suo piedistallo considerava
scienziati e ricercatori dei meri tecnici utili
unicamente ad individuare soluzioni a problemi pratici
per migliore la qualità della vita. I nostri
concorrenti economici seppero sfruttare assai bene
questa nostra cecità imponendoci un ruolo di
sudditanza dal quale non riuscimmo più a venir fuori.
Con la tremenda sfida della globalizzazione, ne stiamo
ora pagando le conseguenze in termini di generale
regressione in tutti i settori vitali della Nazione.
Sicuramente
pochi
ricordano che
il
professor Felice
Ippolito,
protagonista
di alcuni
nostri
primati nell'energia
nucleare,
fu per
oscuri
motivi imprigionato
( fu poi
riabilitato,
ma era ormai troppo
tardi)
e con
lui affossata
la
nostra supremazia
in un
settore a
quell'
epoca così
importante.
Come
pure sono
pochi
quelli che ancora
oggi si
chiedono
chi fece
precipitare
l'aereo
di Enrico Mattei,
decretando
la sua
fine e
quella della
nostra
promettente politica
nel campo degli idrocarburi.
Il prof.
Broglio rimase senza
finanziamenti,
schernito
dai giornalisti
che ironizzavano
sulla
nostra base
spaziale
di Perdasdefogu in
Sardegna (ironicamente
ribattezzata “perdasdetiempo”).
Né più
accorta
fu la
politica
verso l'elettronica:
la
Geloso fu
fatta
miseramente fallire
proprio
pochi anni
prima
che il
boom
dell' Hi-Fi potesse
farla
balzare fra le prime al mondo in un settore
che ha fatto
la fortuna delle
multinazionali Giapponesi.
Così come la ATES e la Mistral,
mentre la SGS,
per
sopravvivere, dovette
cedere
le proprie
conoscenze alla Thomson
francese
che poteva
contare
sugli enormi
investimenti
del suo
assai meno
miope
governo.
Il
professore Federico
Faggin,
ideatore del microprocessore
Z80, i
cui
micro-codici
sono gli
stessi adoperati nei moderni microprocessori,
costruì in America
i chip per realizzare i personal
computers che
hanno
invaso il
mondo.
Quali
conclusioni
trarre
da tutto ciò?
È
verosimile che
la
nostra mancanza
di
cultura scientifica
sia la
sola
responsabile di
un così
clamoroso
suicidio?
Si può
affermare
piuttosto
che ci
fu da
parte dei
politici
dell'epoca
un
asservimento ad interessi
economici
stranieri
che non
gradivano
concorrenti in
campo
nucleare e
petrolifero
autonomamente dai grandi “cartelli”;
ci fu
miopia
al limite dell'inettitudine
nel non
comprendere quale
ricchezza
avrebbe
potuto rappresentare,
per una
nazione povera
di
materie prime
come la nostra, lo
sviluppo
di conoscenze
nel
campo dell’astronautica
e dell'elettronica.
Ma ci
fu,
e persiste
tuttora,
anche
colpevole acquiescenza da
parte di
una
Nazione i cui
cittadini
ignorano
tuttora il
progresso
scientifico
degli
ultimi anni.
In quasi nessuna
istituzione,
comunque,
è stata
fatta
quell'opera
di
aggiornamento che avrebbe
potuto
attenuare l’atavica
reticenza
verso la cultura
scientifica. E così,
nell’ignoranza diffusa, spadroneggiano personaggi
che, preposti da giochi politici a cariche importanti,
si sono autonominati scienziati; divulgatori che
divulgano solo curiosità e, spesso, autentiche
sciocchezze; proliferano riviste scientifiche che, tra
quiz ed indovinelli, accrescono i dubbi anziché
dissiparli. La cosa grave è che la gente, impreparata
com’è, prende tutto questo per cultura scientifica.
Ma una
scienza con i paraocchi non può definirsi tale. Non
può definirsi tale una scienza medica che cura i
sintomi e non le cause del male; né è scienza quella
che non si accorge, o fa finta di non accorgersi, che
non possono essere stati gli antichi Egizi a costruire
piramidi alte centinaia di metri con massi enormi che
noi, con la nostra avanzata tecnologia, avremmo
difficoltà a sollevare solo a qualche decina metri.
Ed ancora, che scienza è quella che, pur di fronte a
lapalissiane evidenze esclude la possibilità di vita
aliena con la sola motivazione che “non è possibile,
quindi…. non c’è”. La scienza vera non è quella di chi
dice “Io sono la scienza” ma quella che verifica con
metodo galileano prima di fare affermazioni
categoriche come quella di Lord Kelvin che disse, agli
inizi del secolo scorso, che mai un mezzo più pesante
dell’aria avrebbe potuto volare. O come qualche noto
astronomo che ha affermato che è estremamente
improbabile che ci sia vita intelligente fuori dal
nostro pianeta e che, se anche ci fosse, non avremmo
nessuna possibilità di incontrarla visto che non
potremmo mai superare la velocità della luce: in un
solo colpo ha escluso che ci possa essere vita nel
nostro sistema solare e che in qualche modo, in
futuro, si possa aggirare l’ostacolo della velocità
della luce. Se questi sono gli scienziati non ci resta
che sperare nei poeti che sicuramente hanno ben altra
visione del creato. Purtroppo di “Lord Kelvin” ce ne
sono ancora tanti e noi con la nostra impreparazione
scientifica non sempre li sappiamo identificare.
Prima che sia
troppo tardi è necessario cambiare, altrimenti non
saremo protagonisti del nostro futuro ma solo
spettatori,
destinati
a
soccombere a
coloro i
quali la
scienza
vorranno malamente
impiegare.
E lo stanno già facendo
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