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In
Italia almeno 650mila individui sono stati analizzati
e rilasciati.
Usiamo test particolari per smascherare le bufale
«Ufo, ho
ipnotizzato 400 rapiti»
Corrado
Malanga, ricercatore a Pisa: so che dicono la verità
«Uso una tecnica sicura per scavare nella memoria,
raccontano di una stanza luminosa e di una specie di
Tac»
PISA.
«La camera da letto improvvisamente si riempe di luce,
le pareti diventano trasparenti e vieni prelevato da una
forza misteriosa. Poi c’è una stanza simile a quella
dove negli ospedali viene effettuata la Tac: infatti,
ben presto ti ritrovi in un tubo cilindrico, talvolta
immerso in un liquido, e diventi l’oggetto di una serie
di operazioni decisamente non piacevoli. Il tutto
davanti a esseri di appena un metro e venti centimetri
o, a seconda dei casi, altissimi o magari simili ad un
grosso coccodrillo che riesce a reggersi ben dritto
sulle zampe posteriori».
Insomma, un bell’incubo almeno per la scienza ufficiale.
Ma per alcuni studiosi è qualcosa di molto più
consistente e cioè la descrizione di un rapimento, di un
“abduction” (come viene definito ufficialmente in
inglese), da parte di esponenti di una civiltà aliena in
visita molto interessata al nostro pianeta. Una
descrizione fatta emergere con tecniche di “ipnosi
regressiva” che hanno interessato in modo approfondito
ben 400 individui, a cui se ne aggiungono almeno altri
200 in versione più embrionale.
Corrado Malanga, 56 anni, spezzino di nascita,
ricercatore di chimica organica all’Università di Pisa,
si occupa di “Unidentified Flying Objects”, oggetti
volanti non identificati, praticamente da una vita. Un
interesse nato 38 anni fa (da pochi giorni è anche
uscito il suo ultimo libro Alieni o demoni), «quando mi
accorsi - spiega dalla scrivania del suo piccolo ufficio
ricavato in un’ala semisotterranea del Dipartimento di
chimica - che ad occuparsi di Ufo erano sempre stati
storici, giornalisti e anche filosofi, ma mai
scienziati. Per questo mi presentai al primo convegno
del Centro ufologico nazionale portando una relazione
sulle tracce lasciate al suolo dai veicoli
extraterrestri analizzate attraverso la spettrometria di
massa e la spettroscopia di risonanza magnetica
nucleare. Tutto con l’idea di trasformare il linguaggio
ufologico in linguaggio scientifico, operazione fallita
perché sistematicamente rifiutata proprio dagli
studiosi».
Dagli Ufo ai rapiti. Ad un certo punto,
circa vent’anni fa, ecco il salto di qualità, quello che
portò Malanga sotto i riflettori dei grandi media (ieri
l’inserto “Tuttoscienze” della Stampa gli ha dedicato
una pagina, mentre sta ricevendo inviti a ripetizione da
radio e tv, Rai compresa): il rapimento di persone per
scopi di cui parleremo più avanti. E la ricostruzione di
tali operazioni attraverso, come dicevamo, l’ipnosi
regressiva, cioè una tecnica che permette di scavare
nella memoria facendo emergere ciò che una persona
neanche sospetta di avere nascosto nella mente. «Per
molti - spiega ancora il ricercatore - sono diventato
una persona a cui si possono esporre senza problemi cose
che si ha invece paura di raccontare. Pensi che soltanto
nel 2006 ho ricevuto qualcosa come 12mila messaggi da
parte di vittime degli alieni e che nei primi mesi di
quest’anno siamo già a diverse centinaia. Secondo i miei
dati, più dell’uno per cento della popolazione italiana,
circa 650mila persone, sono state rapite, analizzate e
rilasciate; in Toscana la percentuale resta invariata,
con almeno 35mila persone coinvolte, molte residenti
nelle province di Pisa, Livorno, Lucca, Massa Carrara e
Firenze».
Comprendere il fenomeno. «L’ufologia -
spiega Malanga - si era sempre occupata di analizzare
fotografie, impronte e strutture molecolari del terreno.
Ecco, io volevo invece guardare nella testa dei soggetti
che sostenevano di avere vissuto esperienze con gli Ufo.
Per questo ho utilizzato le tecniche di ipnosi
regressiva elaborate dallo psichiatria americano Milton
Erickson, basate sull’esame dell’inconscio visto come un
hard-disk con funzioni di sola scrittura: una vola
registrate le esperienze, non si possono più
modificare». Una tecnica, sostiene il ricercatore, che
non permette di dire menzogne, come dimostrato dalla
letteratura scientifica relativa all’argomento. Ma per
verificare che i soggetti dicano la verità, viene anche
usata la cosiddetta “Pnl” o programmazione
neurolinguistica, una scienza che si basa sull’assioma:
«Dimmi come ti muovi e ti dirò chi sei», con il
movimento del corpo che permette di distinguere tra
ricordi reali e ricordi falsi. Oltre ad un test
articolato su domande e risposte che, spiega Malanga,
«ci serve come elemento discriminante».
Racconti identici. Storie identiche,
dice il ricercatore, che riguardano persone che neanche
si conoscono. «Alcune storie sono sovrapponibili fin nei
minimi particolari - aggiunge - ad esempio anche nelle
descrizione degli alieni, riconducibili a quattro tipi
diversi: un essere biondo, alto due metri e 80
centimetri, con la tuta attillata e l’occhio a pupilla
verticale; un coccodrillo in piedi, con il muso da
serpente e le mani palmate; una specie di mantide alta
più di due metri; infine, un essere piccolo, alto un
metro e 20 centimetri, con tre dita, il pollice
opponibile, senza orecchie e con gli occhi grossi.
Insomma, razze diverse che sembrano essersi messe
d’accordo per un progetto comune che ci riguarda e che
sono, ovviamente, di diversa provenienza: Orione, le
Pleiadi, Sirio, la costellazione del Leone. Tutte
origini molto lontane ed apparentemente irraggiungibili
secondo le leggi fisiche terrestri, ma evidentemente a
portata di mano di tecnologie più avanzate».
Ma perché? Sì, perché, chiediamo a
Malanga, questi alieni troppo curiosi avrebbero tanto
interesse nei nostri confronti? «Sembramo molto avidi
della nostra energia vitale - risponde - e vogliono
spartirsi questa sorta di benzina che emanano i nostri
corpi. Politici, scienziati, servizi segreti e chiesa
sanno di questi fenomeni che preferiscono ignorare, con
la difesa che è quindi tutta affidata all’individuo».
Insomma, il caro e vecchio Et dalla testa grossa e dagli
occhioni dolci stavolta sembra davvero cattivo
FONTE:
L'espresso
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