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A Caccia
di Vita Aliena
di Erik Baard
Le
sonde in orbita intorno a Marte e a Titano, il maggiore
dei satelliti di Saturno, stanno catturando tutta la
nostra attenzione. Basta poco per dimenticare che nello
spazio esistono un’infinità di altri mondi e di altre
stelle, oltre alla nostra galassia. A ricordarcelo, è
arrivata in questi giorni una ricerca australiana,
secondo la quale tutti gli astri con caratteristiche
analoghe a quelle del Sole sarebbero circondati da
pianeti, accompagnata da una mappa astrobiologica
aggiornata firmata Nasa, utile guida per chi voglia
dedicarsi alla ricerca di forme di vita extraterrestre.
Per trovare gli alieni, bisogna prima localizzare dei
corpi celesti simili alla Terra, individuarne il nucleo
roccioso e poi procedere con una serie di analisi volte
a determinare la composizione dell’atmosfera – se ce n’è
una -, spiega David J. Des Marais, esperto dell’Ames
Research Center
della Nasa. È lui il principale autore della mappa
astrale, che ha redatto con la collaborazione di altri
venti scienziati. Tra le alternative suggerite per la
ricerca, spiccano le sonde robotizzate inviate nel
nostro sistema solare e le osservazioni telescopiche
volte a identificare ambienti potenzialmente “abitabili”
anche nelle altre galassie.
«Per il momento,
riusciamo a individuare solo i pianeti di dimensioni
maggiori, ma ogni anno che passa è come se si aprisse un
ulteriore spiraglio di luce. Ben presto saremo in grado
di vedere anche i corpi celesti più circoscritti»,
spiega Des Marais. «Nei prossimi otto anni prevediamo di
scoprire almeno un’altra dozzina, se non addirittura una
ventina, di pianeti analoghi alla nostra Terra». Il
successo di queste osservazioni dipende dalla
progettazione di nuovi telescopi adatti allo scopo: uno
sforzo interdisciplinare al quale già si stanno
dedicando laboratori di tutto il mondo, almeno secondo
quanto sostenuto nella mappa
pubblicata
sull’ultimo numero della rivista Astrobiology.
«Le nuove apparecchiature dovranno essere programmate
per effettuare analisi comparative tra il nostro sistema
solare e i corpi presenti nelle altre galassie», spiega
Des Marais. Lo scopo principale è quello di stabilire
una continuità tra gli obiettivi di ricerca.
L’esplorazione prevede sette fasi fondamentali:
- delineare una classificazione degli ambienti spaziali
che più verosimilmente potrebbero ospitare forme di vita
- individuare eventuali ecosistemi del genere
all’interno del nostro sistema
- comprendere meglio i meccanismi all’origine della vita
- capire in che modo la vita, nella sua forma
primordiale, abbia interagito con l’ambiente circostante
in continua evoluzione, sviluppandosi di conseguenza
- approfondire i meccanismi evolutivi
- prevedere i possibili sviluppi futuri dell’evoluzione
- scoprire in altre galassie eventuali forme di vita
analoghe a quelle presenti sulla Terra nella fase
primordiale del suo sviluppo
Per
realizzare questi nobili obiettivi ci vorranno anni e
anni di duro lavoro: quello dei tecnici negli
osservatori sulle montagne, quello delle sonde spaziali
e in particolare dei rover marziani, quello dei
ricercatori nel chiuso dei loro laboratori. Oltre al
cielo, bisognerà esplorare anche i fondali oceanici e le
caverne piene di melma, in cui batteri e altre forme di
vita, ormai adattati a condizioni di vita estreme, si
sono costruiti le loro inaccessibili nicchie. «Le
tecnologie disponibili ci offrono la possibilità
materiale per farlo, ma per riuscirci davvero è
necessaria la progettualità», precisa Des Marais. «La
mappa serve proprio a questo, a stabilire delle priorità
e a fare il punto di quanto scoperto finora. Tra la fine
degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, la
comunità scientifica si è notevolmente frammentata.
Ognuno aveva un suo target nel sistema solare, ed era
diventato praticamente impossibile convogliare le
risorse su un’unica missione ad ampio raggio. E – forse
questo è il punto fondamentale – questa mappa serve
anche a dimostrare la continuità di intenti che esiste
tra l’esobiologia,
la scienza dei pianeti e la geologia».
Sistema solare, una goccia
nel mare
L’occhio dei riflettori sarà rivolto soprattutto sui tre
prossimi telescopi spaziali targati Nasa, appositamente
progettati per la “caccia ai pianeti”. Il primo a essere
attivato sarà il
Keplero,
nel 2007. Le altre due missioni prevedono la messa in
orbita di una vera e propria flotta di sonde
telescopiche, attualmente ancora in fase di
progettazione: il primo gruppo, il
Terrestial Planet Finder,
verrà verosimilmente lanciato nel 2015; la costruzione
del secondo – denominato
Life Finder
e ancora più sofisticato del Tpf – dovrebbe essere
completata non prima del 2020. Queste apparecchiature
andranno in cerca della tipica diminuzione di luminosità
riscontrabile in una stella quando un pianeta le passa
davanti e dei segnali chimici che si manifestano,
viceversa, quando la luce di una stella attraversa
l’atmosfera di un pianeta (la metodica attualmente
utilizzata, invece, denominata “ricerca Doppler”, si
basa sull’individuazione delle rotazioni stellari
determinate dalla gravità dei corpi celesti orbitanti
nelle vicinanze).
Secondo Charles Lineweaver, docente di astronomia presso
la
University of New South Wales,
e Daniel Grether, un suo dottorando, questi telescopi
avranno molto da osservare. In un saggio di prossima
pubblicazione sull’Astrophysical
Journal,
i due infatti sostengono che almeno il venticinque per
cento delle stelle simili al Sole abbiano intorno dei
sistemi di pianeti. Anzi, per dirla tutta, sono convinti
che questo valga per quasi la totalità di esse. Finora,
l’analisi delle duemila stelle più vicine a noi ha
confermato la loro teoria nel cinque per cento dei casi.
Un risultato che, comparativamente, corrisponde a molto
più del venticinque per cento. E sottolineano il fatto
che queste ricerche si riferiscono solo agli astri con
caratteristiche analoghe a quelle del Sole, che erano
già l’oggetto privilegiato degli studi Doppler. «Nella
nostra galassia stelle del genere – peraltro le uniche
alle quali verosimilmente si adatta la nostra teoria -
costituiscono il dieci per cento dei corpi celesti»,
spiega Lineweaver. Quindi, se la proporzione vale per
tutte le stelle della Via Lattea, il nostro sistema
solare è solo uno dei cento miliardi presenti nella
galassia. E se ci spingiamo ancora oltre – a considerare
le miriadi di galassie che esistono nell’universo – i
pianeti che noi conosciamo diventano solo una goccia nel
mare. Un modello statistico permeato d’ottimismo, ma che
parte dalla consapevolezza di quanto sia superficiale la
nostra conoscenza anche dei corpi celesti a noi più
vicini.
Vita uguale disequilibrio?
«Molti pianeti sono troppo piccoli o hanno un periodo di
rivoluzione troppo lungo per poter essere individuati»,
aggiunge Lineweaver. Mettiamo il caso che anche gli
scienziati alieni stessero utilizzando questi stessi
metodi per esplorare uno spazio compreso tra i dieci e i
cinquanta anni luce di distanza da dove si trovano. «Se
il nostro Sole fosse una delle stelle sotto
monitoraggio, non sarebbero ancora riusciti a
identificare i pianeti che gli orbitano intorno»,
osserva lo studioso. Des Marais concorda, e addirittura
precisa che anche con i nuovi telescopi spaziali
possiamo sperare di scoprire solo una minima frazione
dei mondi realmente esistenti, perché solo lo 0,5 per
cento delle orbite di questi sistemi segue il piano
dell’orizzonte terrestre. Non è il caso di scoraggiarsi,
però: il Keplero da solo – puntualizza – dovrebbe
riuscire a individuare circa centomila sistemi
extrasolari. E una volta ottenuta questa affidabile base
statistica, il terreno sarà ormai fertile per le
straordinarie rivelazioni dei telescopi di nuova
generazione. «Se là fuori c’è un’altra Terra, potremo
finalmente vederla», spiega Des Marais. «L’unico
problema è che questo fantomatico pianeta che ci
aspettiamo di trovare è quasi un’utopia: cinquanta per
cento di penetrazione della luce visibile, venti per
cento di ossigeno nell’atmosfera… Troppo perfetto».
Tenendo presente questo modello di riferimento, gli
scienziati più autorevoli passeranno in rassegna
l’interminabile lista dei pianeti scoperti in cerca di
prove dell’esistenza di acqua, ossigeno e carbonio.
David Grinspoon sarà l’addetto alle verifiche: i corpi
celesti via via esclusi dall’elenco avranno grazie a lui
una seconda – forse anche una terza – possibilità. «Per
me questa caccia al “santo Graal” di una seconda Terra è
un po’ limitante. Può essere un punto di partenza
ragionevole, ma andando troppo oltre si rischia di
tornare a schemi di pensiero pre-Copernicano, di
ricominciare a considerarci il centro dell’universo»,
commenta Grinspoon, membro del Dipartimento di Studi
spaziali del Southwest Research Institute. Ha anche
scritto un libro in merito, Lonely Planets: The
Natural Philosophy of Alien Life, che uscirà a
novembre. Il suo consiglio è quello di provare a
formulare dei principi più ampi, piuttosto che
fossilizzarsi su dettagli che ci risultano familiari.
«Io cercherei piuttosto dei disequilibri, dei mix di
elementi chimici difficili da produrre», spiega. Come
nel caso della Terra, appunto, con il suo ossigeno
rilasciato dalle piante e i suoi prodotti animali di
scarto, come il metano e l’ammoniaca. Ma il
disequilibrio – osserva Grinspoon - potrebbe presentarsi
anche sotto altre forme, per esempio come compresenza di
anidride solforosa e solfuro di idrogeno nell’atmosfera.
In un’eventualità del genere, è chiaro che «qualcosa
deve aver contribuito ad alterare la composizione
atmosferica. Quindi il pianeta non è passivo, anzi. E
questo potrebbe essere un segnale importante».
© Wired News
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