Crediti  Domande  Guestbook  Sfondi  Download  Disclaimer  Collaborazioni  Forum  Banner  FAQ  Chi siamo  Contatti     

       

.:: Menu ::.

Video Alieni
Casistica
Razze Aliene
50 Anni di Ufo 
Autopsia Aliena
Classificazioni
Articoli Ufologici
Abduction
Area 51
Roswell
Enigmi Storici
Foto Ufo
Cerchi nel Grano
Links
Mondo Ufo
Ultime Notizie
Fermare il tempo
Perchè si nascondono
La Scienza e gli Ufo
I falsi riconosciuti
La guerra dei Mondi
Casi celebri
FBI a caccia di Ufo
Le sfere Orbs
Le luci di Hessdalen
Testimonianze
Come orientarsi
Dopo un rapimento
.:: Forum ::.
Entra nel nostro forum per parlare di ufologia, misteri e non solo.

.:: Articoli ::.

Universi paralleli
Nasce l'ufologia
I feti alieni
I fulmini globulari
Interferenze aliene
Controcorrente
Invisibili all'occhio
Mappe celesti
Progetti ambiziosi

 .:: Approfondimenti ::.          

  
| Vai all' archivio |

A Caccia di Vita Aliena
di Erik Baard

Le sonde in orbita intorno a Marte e a Titano, il maggiore dei satelliti di Saturno, stanno catturando tutta la nostra attenzione. Basta poco per dimenticare che nello spazio esistono un’infinità di altri mondi e di altre stelle, oltre alla nostra galassia. A ricordarcelo, è arrivata in questi giorni una ricerca australiana, secondo la quale tutti gli astri con caratteristiche analoghe a quelle del Sole sarebbero circondati da pianeti, accompagnata da una mappa astrobiologica aggiornata firmata Nasa, utile guida per chi voglia dedicarsi alla ricerca di forme di vita extraterrestre. Per trovare gli alieni, bisogna prima localizzare dei corpi celesti simili alla Terra, individuarne il nucleo roccioso e poi procedere con una serie di analisi volte a determinare la composizione dell’atmosfera – se ce n’è una -, spiega David J. Des Marais, esperto dell’Ames Research Center della Nasa. È lui il principale autore della mappa astrale, che ha redatto con la collaborazione di altri venti scienziati. Tra le alternative suggerite per la ricerca, spiccano le sonde robotizzate inviate nel nostro sistema solare e le osservazioni telescopiche volte a identificare ambienti potenzialmente “abitabili” anche nelle altre galassie.

«Per il momento, riusciamo a individuare solo i pianeti di dimensioni maggiori, ma ogni anno che passa è come se si aprisse un ulteriore spiraglio di luce. Ben presto saremo in grado di vedere anche i corpi celesti più circoscritti», spiega Des Marais. «Nei prossimi otto anni prevediamo di scoprire almeno un’altra dozzina, se non addirittura una ventina, di pianeti analoghi alla nostra Terra». Il successo di queste osservazioni dipende dalla progettazione di nuovi telescopi adatti allo scopo: uno sforzo interdisciplinare al quale già si stanno dedicando laboratori di tutto il mondo, almeno secondo quanto sostenuto nella mappa pubblicata sull’ultimo numero della rivista Astrobiology. «Le nuove apparecchiature dovranno essere programmate per effettuare analisi comparative tra il nostro sistema solare e i corpi presenti nelle altre galassie», spiega Des Marais. Lo scopo principale è quello di stabilire una continuità tra gli obiettivi di ricerca. L’esplorazione prevede sette fasi fondamentali:
- delineare una classificazione degli ambienti spaziali che più verosimilmente potrebbero ospitare forme di vita
- individuare eventuali ecosistemi del genere all’interno del nostro sistema
- comprendere meglio i meccanismi all’origine della vita
- capire in che modo la vita, nella sua forma primordiale, abbia interagito con l’ambiente circostante in continua evoluzione, sviluppandosi di conseguenza
- approfondire i meccanismi evolutivi
- prevedere i possibili sviluppi futuri dell’evoluzione
- scoprire in altre galassie eventuali forme di vita analoghe a quelle presenti sulla Terra nella fase primordiale del suo sviluppo


Per realizzare questi nobili obiettivi ci vorranno anni e anni di duro lavoro: quello dei tecnici negli osservatori sulle montagne, quello delle sonde spaziali e in particolare dei rover marziani, quello dei ricercatori nel chiuso dei loro laboratori. Oltre al cielo, bisognerà esplorare anche i fondali oceanici e le caverne piene di melma, in cui batteri e altre forme di vita, ormai adattati a condizioni di vita estreme, si sono costruiti le loro inaccessibili nicchie. «Le tecnologie disponibili ci offrono la possibilità materiale per farlo, ma per riuscirci davvero è necessaria la progettualità», precisa Des Marais. «La mappa serve proprio a questo, a stabilire delle priorità e a fare il punto di quanto scoperto finora. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, la comunità scientifica si è notevolmente frammentata. Ognuno aveva un suo target nel sistema solare, ed era diventato praticamente impossibile convogliare le risorse su un’unica missione ad ampio raggio. E – forse questo è il punto fondamentale – questa mappa serve anche a dimostrare la continuità di intenti che esiste tra l’esobiologia, la scienza dei pianeti e la geologia».
 

Sistema solare, una goccia nel mare

L’occhio dei riflettori sarà rivolto soprattutto sui tre prossimi telescopi spaziali targati Nasa, appositamente progettati per la “caccia ai pianeti”. Il primo a essere attivato sarà il
Keplero, nel 2007. Le altre due missioni prevedono la messa in orbita di una vera e propria flotta di sonde telescopiche, attualmente ancora in fase di progettazione: il primo gruppo, il Terrestial Planet Finder, verrà verosimilmente lanciato nel 2015; la costruzione del secondo – denominato Life Finder e ancora più sofisticato del Tpf – dovrebbe essere completata non prima del 2020. Queste apparecchiature andranno in cerca della tipica diminuzione di luminosità riscontrabile in una stella quando un pianeta le passa davanti e dei segnali chimici che si manifestano, viceversa, quando la luce di una stella attraversa l’atmosfera di un pianeta (la metodica attualmente utilizzata, invece, denominata “ricerca Doppler”, si basa sull’individuazione delle rotazioni stellari determinate dalla gravità dei corpi celesti orbitanti nelle vicinanze).

Secondo Charles Lineweaver, docente di astronomia presso la
University of New South Wales, e Daniel Grether, un suo dottorando, questi telescopi avranno molto da osservare. In un saggio di prossima pubblicazione sull’Astrophysical Journal
, i due infatti sostengono che almeno il venticinque per cento delle stelle simili al Sole abbiano intorno dei sistemi di pianeti. Anzi, per dirla tutta, sono convinti che questo valga per quasi la totalità di esse. Finora, l’analisi delle duemila stelle più vicine a noi ha confermato la loro teoria nel cinque per cento dei casi. Un risultato che, comparativamente, corrisponde a molto più del venticinque per cento. E sottolineano il fatto che queste ricerche si riferiscono solo agli astri con caratteristiche analoghe a quelle del Sole, che erano già l’oggetto privilegiato degli studi Doppler. «Nella nostra galassia stelle del genere – peraltro le uniche alle quali verosimilmente si adatta la nostra teoria - costituiscono il dieci per cento dei corpi celesti», spiega Lineweaver. Quindi, se la proporzione vale per tutte le stelle della Via Lattea, il nostro sistema solare è solo uno dei cento miliardi presenti nella galassia. E se ci spingiamo ancora oltre – a considerare le miriadi di galassie che esistono nell’universo – i pianeti che noi conosciamo diventano solo una goccia nel mare. Un modello statistico permeato d’ottimismo, ma che parte dalla consapevolezza di quanto sia superficiale la nostra conoscenza anche dei corpi celesti a noi più vicini.
 

Vita uguale disequilibrio?

«Molti pianeti sono troppo piccoli o hanno un periodo di rivoluzione troppo lungo per poter essere individuati», aggiunge Lineweaver. Mettiamo il caso che anche gli scienziati alieni stessero utilizzando questi stessi metodi per esplorare uno spazio compreso tra i dieci e i cinquanta anni luce di distanza da dove si trovano. «Se il nostro Sole fosse una delle stelle sotto monitoraggio, non sarebbero ancora riusciti a identificare i pianeti che gli orbitano intorno», osserva lo studioso. Des Marais concorda, e addirittura precisa che anche con i nuovi telescopi spaziali possiamo sperare di scoprire solo una minima frazione dei mondi realmente esistenti, perché solo lo 0,5 per cento delle orbite di questi sistemi segue il piano dell’orizzonte terrestre. Non è il caso di scoraggiarsi, però: il Keplero da solo – puntualizza – dovrebbe riuscire a individuare circa centomila sistemi extrasolari. E una volta ottenuta questa affidabile base statistica, il terreno sarà ormai fertile per le straordinarie rivelazioni dei telescopi di nuova generazione. «Se là fuori c’è un’altra Terra, potremo finalmente vederla», spiega Des Marais. «L’unico problema è che questo fantomatico pianeta che ci aspettiamo di trovare è quasi un’utopia: cinquanta per cento di penetrazione della luce visibile, venti per cento di ossigeno nell’atmosfera… Troppo perfetto».

Tenendo presente questo modello di riferimento, gli scienziati più autorevoli passeranno in rassegna l’interminabile lista dei pianeti scoperti in cerca di prove dell’esistenza di acqua, ossigeno e carbonio. David Grinspoon sarà l’addetto alle verifiche: i corpi celesti via via esclusi dall’elenco avranno grazie a lui una seconda – forse anche una terza – possibilità. «Per me questa caccia al “santo Graal” di una seconda Terra è un po’ limitante. Può essere un punto di partenza ragionevole, ma andando troppo oltre si rischia di tornare a schemi di pensiero pre-Copernicano, di ricominciare a considerarci il centro dell’universo», commenta Grinspoon, membro del Dipartimento di Studi spaziali del Southwest Research Institute. Ha anche scritto un libro in merito, Lonely Planets: The Natural Philosophy of Alien Life, che uscirà a novembre. Il suo consiglio è quello di provare a formulare dei principi più ampi, piuttosto che fossilizzarsi su dettagli che ci risultano familiari. «Io cercherei piuttosto dei disequilibri, dei mix di elementi chimici difficili da produrre», spiega. Come nel caso della Terra, appunto, con il suo ossigeno rilasciato dalle piante e i suoi prodotti animali di scarto, come il metano e l’ammoniaca. Ma il disequilibrio – osserva Grinspoon - potrebbe presentarsi anche sotto altre forme, per esempio come compresenza di anidride solforosa e solfuro di idrogeno nell’atmosfera. In un’eventualità del genere, è chiaro che «qualcosa deve aver contribuito ad alterare la composizione atmosferica. Quindi il pianeta non è passivo, anzi. E questo potrebbe essere un segnale importante».

© Wired News
 


Indietro


 .:: Multimedia ::.

Immagini

Alieni  .....
Crop Circle  .....
Ufo   .....
Area 51  .....
Nasa .....
Tecniche  .....

Videoteca

Celebri
Novità 
Amatoriali 

 .:: Segnalazioni ::.

Questionario Cisu ...
Numeri Utili ...

 .:: Dossier ::.
I capelli d'angelo
Il Majestic-12
Il Papiro Tulli
Segnali dallo spazio
Le missioni spaziali
La vita su marte
La Radioastronomia
La Luna di Giove
Linguaggio Cifrato
Tecnologie Aliene

...

 .:: Speciali ::.

Zeta Reticuli

Il programma SETI
La congiura 
Ufo e Religione
Cosa cambierebbe?
Impianti alieni
Il caso Roswell
L'equazione di Drake
Mutilazioni Animali
I rapimenti Alieni
Gli Ufo nel Cinema 
Il Governo ombra

I plasmodi

La paura del domani

...

.:: Statistiche ::. 

Sito ottimizzato a 1280x1024 
Ufoonline © 2005/06
.: Versione
7.0 :.
Tutti i Diritti Riservati